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Storia della Storiografia. Metodologia della ricerca storica Forum dedicato alla storia della storiografia e metodologia della ricerca storica

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Vecchio 26-May-2007
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Predefinito "Revisionismo": un caso di uso massmediatico della storia?

Che cos’è il cosiddetto “revisionismo”? A me pare, e fortunatamente non solo a me, un esempio di “cortocircuito” massmediatico. Qualcosa cioè che, tendenzialmente, nasce in ambito massmediatico e in questo (e di questo) si autoalimenta, cooptando a volte anche storici di professione. Non che non ci siano ricerche storiche alla base, tuttavia… Il lavoro dello storico, di fatto, è quello di “revisionare”, altrimenti che studia a fare? Che scrive a fare? E allora perchè si parla e si scrive spesso di “revisionismo” come qualcosa di così speciale, sensazionale, scandaloso? Intanto perchè fa comodo. Ai media fa comodo. La storia sempre nuova, l’ultima e rivoluzionaria scoperta, la polemica sguaiata, l’intrigo e magari anche il mistero o comunque il nascosto, la lotta dello studioso isolato contro il “silenzio assordante”, l’ortodossia e la vulgata, sono cose che fanno vendere di più e aumentano gli ascolti. Servono ad attirare l’attenzione e a creare un “caso” con argomenti che, altrimenti, risulterebbero come noiosi ai più. Del resto chi se ne frega di documenti d’archivio, epistole o note a piè di pagina? Evocano noia già solo le parole. Che facciano comodo invece alla ricerca storica o anche solo alla divulgazione scientifica, è tutto da vedere…

Intanto andrebbe precisato che, solitamente, quando ci si lamenta del “silenzio assordante” che circonda certi argomenti e certe questioni, ci si riferisce alla ricerca storica ma in realtà si ha in mente, al limite, il dibattito pubblico e/o politico. E anche quando a lamentarsi è qualche storico di professione, non necessariamente questo stato di desolazione nella ricerca storiografica corrisponde alla realtà. Entrano infatti in gioco altri fattori come la necessità di presentare il proprio lavoro come particolarmente orginale e inedito (la qual cosa si può fare anche dichiarando il proprio debito nei confronti di chi ha già trattato tali temi. Se non lo si fa o si è degli sprovveduti e non si conosce la bibliografia di riferimento, oppure si è in malafede), oppure motivazioni politiche ed ideologiche pure e semplici (mai assenti ma pericolose quando prendono il sopravvento sulla bontà della ricerca), solitamente mascherate dietro una pretesa oggettività. A questo proposito lo storico Giorgio Rochat nel 2000 scriveva: <<In realtà lo storico disonesto è quello che si proclama “oggettivo” per stabilire la sua superiorità sui colleghi “politicizzati”, ossia su quelli che hanno posizioni politiche diverse dalle sue, rifiutando l’unico criterio valido di comparazione, la professionalità e il rigore morale del singolo studioso che non teme di dichiarare le sue scelte di campo>> (il corsivo è suo. Da Enzo Collotti, a cura di, Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni, Laterza).

Ma esistono storici che si definiscono revisionisti? In linea di massima no. Solitamente sono giornalisti e pubblicisti che li definiscono tali, spesso anche in modo del tutto disinformato. Talvolta qualche storico non disdegna l’appellattivo (generalmente sono più gli epigoni che non i “maestri” o supposti tali), per rimarcare magari una differenza rispetto ad una presunta ortodossia o vulgata, la propria presunta originalità, il proprio presunto andare contro corrente, il proprio presunto isolamento, la propria appartenenza ad una presunta e vaga corrente storiografica, o il proprio orientamento politico, essendo il “revisionismo” solitamente rivendicato dalla destra (tuttavia il rapporto tra tendenze “revisionistiche”, proposte di revisioni rigorose e posizioni politiche è più complesso. Magari verrà fuori nel prosieguo della discussione).

Neanche Renzo De Felice, lo storico considerato il capostipite della “scuola revisionista” in Italia, in realtà si è mai definito tale. L’etichetta gli è stata affibbiata dai mass-media, dalla destra in cerca di numi tutelari (De Felice da comunista e poi ex comunista scriveva infine sul Giornale di Montanelli. Che possa essere ascritto però a quella parte della destra allora appena post-fascista o addirittura a quella neo-fascista… è tutt’altro discorso), e forse da alcuni suoi epigoni. Come ci ricorda Bongiovanni (Bruno Bongiovanni, <<”Revisionismo”. Storia e antistoria di una parola>>, in Angelo d’Orsi, a cura di, Gli storici si raccontano. Tre generazioni tra revisioni e revisionismi, Manifestolibri 2005), alla fine finì per accettare l’etichetta, probabilmente per stanchezza. La sua produzione storiografica tuttavia, discutibile e discussa, non pare recare tracce di una qualche revisione radicale nella lettura del fascismo. Ne Le interpretazioni del fascismo (Laterza 1969) compaiono scritti di Angelo Tasca, addirittura di Palmiro Togliatti. E inoltre egli stesso precisava, sia qui che altrove, che l’intento non era quello di cercare <<assurdi revisionismi>>. Un altro mito soprattutto massmediatico che circola su di lui, è che sia stato particolarmente isolato e osteggiato, anche dal punto di vista editoriale e non solo accademico. A me, e non solo a me, non pare proprio. Non più di altri comunque, e non più di quel che accade per qualsiasi altra querelle storiografica. Non credo che il dibattito storiografico sulle sue interpretazioni gli sia spiaciuto più di tanto, è fisiologico oltre che salutare. La cattedra non mi pare che gli sia stata tolta o sia stata soppressa (come invece è successo non molto tempo fa all’Università di Lecce per la cattedra di storia del movimento operaio di Antonio Moscato). In quanto all’isolamento editoriale… Ha pubblicato con tutti gli editori più prestigiosi, e spesso accusati di diffondere l’inesistente “egemonia marxista”, da Laterza a Einaudi a Il Mulino.

Il “caso” allora quando è nato? Negli anni ’90, ed è principalmente un caso massmediatico, nato in seguito al libro-intervista (non un lavoro storiografico quindi) Il rosso e il nero, del 1995, in cui De Felice, scomparso di lì a poco, si lasciò andare a risposte piuttosto incaute e infelici. I media tanto quanto la politica ci si fiondarono. Fra questi quanti avessero davvero letto le opere di De Felice è facile immaginarselo. E del resto accade sempre così. Tutti conoscono il caso perchè creato o sfruttato dai media, ma ben pochi conoscono la sostanza e ciò che vi sta dietro (e se in effetti dietro vi sia qualcosa di sostanzioso o meno). E anche tra quelli che effettivamente hanno letto l’opera, ben pochi hanno gli strumenti necessari per una lettura critica. In tutto ciò il rigore e la bontà o meno della ricerca scientifica e storica passano ovviamente in secondissimo piano. Diventa una chiacchiera, una polemica, dove tutto viene ridotto ad opinioni contrapposte e basta. Quasi tutti conoscono (mi è personalmente capitato di discuterne anche in un bar di un piccolissimo paesino abruzzese qualche anno fa, scatenando quasi una rissa, per cui…) l’oramai “famigerato” Libro nero del comunismo edito non a caso da Mondadori. Lì il “caso” parte prima ancora che il libro entri nel circuito massmediatico-giornalistico, già bastava quello massmediatico-pubblicitario. Ad ogni modo tutti lo conoscono ma quanti lo hanno letto, anche tra quelli che lo hanno commentato? (In quel bar nessuno. Eppure giocavano tutti a fare i dotti, lì pronti a sparare cifre di decine se non centinaia di milioni di morti. Eppure non sapevano chi fosse Werth, che ha scritto il capitolo più sostanzioso del libro!) Ben pochi, e per loro stessa ammissione. E tra chi lo ha fatto quanti hanno gli strumenti per poterlo valutare criticamente? E quanti conoscono, per contro, il ben più equilibrato ed anche innovativo Il secolo dei comunismi edito da Marco Tropea? Nessuno?

Ma mi accorgo che mi sono già dilungato troppo. Eppure ancora molto ci sarebbe da dire sull’origine dell’uso recente del termine “revisionismo” (chè la storia del termine è molto più lunga. Si veda Bongiovanni, op. cit.). Si tratta infatti esso stesso di un caso di uso massmediatico della storia, tanto che Bongiovanni la definisce la fase della <<leggenda mediatica>> (l’opera alla base è la lettura della Rivoluzione francese fornita nel 1978 dallo storico francese Furet - anch’esso ex-comunista virato verso lidi più “moderati” come De Felice. Da qui forse nasce, o si diffonde, l’abitudine di individuare presunte “vulgate” storiografiche contro le quali scagliarsi). E ancora ci sarebbe il caso di Nolte in Germania. Tutti storici che, come nota ancora una volta Bongiovanni, più che altro hanno “revisionato” loro stessi e le loro opere precedenti (e personalmente mi chiedo anche quanto, in questi casi, abbia giocato la componente squisitamente biografico-psicologica). E ancora i “casi” del Risorgimento e della Resistenza in Italia, e via discorrendo. Una cosa però devo precisarla per forza. Di fatto non esiste una scuola storiografica “revisionistica”. Neanche Furet si è mai definito “revisionista”. Gli unici che si autodefiniscono tali sono i “negazionisti” - chi nega la Shoah.

Concludo con una citazione, che credo possa servire per riassumere e fare il punto: <<[…] il binomio storia-politica, che è sempre esistito, è diventato un trinomio. I media si sono aggiunti alla storia e alla politica […] e assai spesso da “mezzi” si sono trasformati in “fini”. Hanno surriscaldato artificialmente il rapporto fecondamente e consapevolmente conflittuale tra storia e politica. Hanno ipnotizzato, e sedotto, la storiografia disposta a trasformarsi in esibizionistica levatrice di scoop. Hanno trasformato i documenti in stupefacenti atomi decontestualizzati. Hanno inventato poi una scuola a priori “revisionistica”.
Intendiamoci. Ritoccare continuamente a posteriori le cose, se emergono documenti nuovi, o letture nuove di documenti noti, o sulla base di fondati ragionamenti e della storiografia esistente, o anche tenendo conto delle sollecitazioni del presente che ogni generazione attraversa e vive, fa certo parte del nostro mestiere di storico. E’ cosa tanto ovvia che ci si vergogna a ricordarla. Ma una corrente a priori, ed esibizionisticamente , “revisionistica”, quasi fosse una filosofia della storia, o una scuola, o una procedura scientifica, non ha nulla, proprio nulla, a che fare con la storiografia. E’ un’altra cosa. Quanto alla storia, essa è sempre stata un campo di battaglia su cui si sono affrontate le diverse scuole e le diverse generazioni. Ora, in non pochi casi, essa è anche spettacolo. Non si deve, e non si può, tuttavia, sciorinando un’aristocratica e rancorosa Kulturkritik, cedere alla tentazione di volgere le spalle ai media. Ci mancherebbe! Sarebbe, oltre tutto, un’impresa vana e anche un po’ oscurantistica. E’ opportuno però sapere che i media, proprio come la storia e la politica, da una parte, certo, informano (e comunicano), ma, dall’altra, servono la propria autonoma causa.
[Gli storici] attirati a loro volta dalla forza di gravità del gran circo mediatico, hanno commesso in alcune circostanze, e scrivendo essi stessi sui giornali, un grossolano e imperdonabile errore. Hanno infatti contrattaccato accusando chi la pensa diversamente di essere “revisionista”. E hanno così contribuito a tenere in vita un termine, che […] è ormai inutile, ed anzi decisamente fuorviante, in ambito storiografico. Un termine che oggi, pur usato talora con un che di goliardico e talora con indifferenza, pare non solo in grave stato confusionale, ma praticamente moribondo per iperconsumo, logorio e overdose>>. (Da Bongiovanni, op. cit.).

Ci tengo a precisare infine che il mio vuole essere semplicemente uno spunto all'interno di un ambito di discussione molto più vasto come l'(ab)uso massmediatico, pubblico, e politico della storia. In alcun modo deve essere percepita come una traccia "costrittiva" da coloro i quali volessero contribuire ad imbastire una discussione, che devono invece sentirsi liberi di spaziare, entro l'ambito di cui sopra ovviamente, dove più gli pare e come meglio credono. Aprendo anche altre discussioni se è il caso.

Ultima Modifica di Karl : 28-May-2007 13:16.
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Vecchio 27-May-2007
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Molto interessante questo tuo primo post, Karl.
Devo ammettere di non conoscere a fondo la polemica (accademica e non) sulla questione del "revisionismo", anche perché sono sempre stato tendenzialmente contrario ad etichette di vario tipo in ambito storico-storiografico. Concordo con te: ci sono solo bravi storici (più scrupolosi e meno inclini alle facili e roboanti prese di posizione) e storici meno bravi. Ci sono poi i giornalisti (categoria per cui non nutro particolare apprezzamento, salvo eccezioni) o storici che assomigliano ai giornalisti nel senso che ne adottano i pessimi (a volte) metodi di comunicazione, privi di scrupoli ed attenti soprattutto alla notorietà e quindi facili al sensazionalismo.
Concordo quindi che il concetto di "revisionismo" è stato creato o perlomeno pompato dai mass-media.

Eppure bisogna riconoscere che alcuni punti di vista, sia tra gli "addetti ai lavori" che tra la gente comune, riguardo a specifici avvenimenti storici, siano a volte cambiati in modo evidente; spesso per merito (o colpa, a seconda dei punti di vista) di alcuni storici pionieri.

Rimanendo alla questione fascismo-resistenza, che più larga eco ha avuto nei mass-media, è indubbio che gli avvenimenti nell'Italia post 1943, fino ad alcuni anni fa venivano etichettati, quasi senza eccezione, sotto la dicitura "guerra di liberazione". Da alcuni anni non fa più scandalo usare il termine "guerra civile". Si tratta di "etichette", d'accordo, ma mi sembra che siano una sintesi efficace di connotazioni tra loro piuttosto differenti e ben differenziate nel tempo: prima degli anni '90 si aveva un certo tipo di connotazione molto manicheista tra le due parti (partigiani=buoni, fascisti=cattivi; rovesciata nel caso della minoranza dell'estrema destra), dopo gli anni '90 la posizione si è fatta più fluida e complessa, a mio personale parere decisamente più oggettiva e rispettosa della realtà storica.

Parimenti, sia pure con effetti mass-mediatici assai minori, nel corso degli ultimi decenni il medioevo ha cesssato di essere visto soprattutto come un'epoca di decadenza – i secoli bui – grazie a diversi storici come Jaques LeGoff, che hanno apportato una lenta rivoluzione culturale in quest'ambito, senza che sia stata loro appiccicata addosso l'etichetta di "revisionisti".

Eppure in alcuni casi di vera rivoluzione si tratta e credo che i manuali scolastici delle medie e delle superiori siano una buona cartina al tornasole. Al di là di un generale peggioramento nell'approfondimento dei contenuti (ma questa è un'altra storia) mi sembra che rispetto alle posizioni relativamente omologhe di vent'anni fa, in cui spesso era riconoscibile (almeno a posteriori) la scuola storiografica marxista (ho studiato sul Camera-Fabietti e sul Brancati), oggi si assista a posizioni più disparate e l'uso di termini come "guerra civile" in riferimento al post '43 ne sono un chiaro sintomo. Se questo sia bene o sia un male non voglio e non posso dirlo, ma qualcosa è cambiato sia che lo si voglia chiamare effetto del "revisionismo" o se invece lo vogliamo considerare la normale e continua evoluzione e mutazione del pensiero storico. Personalmente abbraccio di più la seconda versione.

Il punto è che, come sempre, bisogna avere diffidenza per le posizioni troppo estremiste e manicheiste; una volta preso atto di questo "pericolo" ogni revisione, purché supportata da dati ed analisi, è la benvenuta.

Ultima Modifica di astracedi : 27-May-2007 12:24.
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Vecchio 27-May-2007
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Nel caso del medioevo probabilmente gioca anche una certa distanza rispetto all'oggetto di studio. Anche in Italia medievisti come Giuseppe Sergi (che non so se semplicisticamente possa essere ascritto ad una scuola "marxista" - termine di cui peraltro andrebbe precisato ogni volta il significato, perchè in realtà più che il "marxismo" sono esistiti e forse esistono ancora i "marxismi" - ma certamente è ben inserito entro la "sinistra") hanno spinto verso una "revisione" dell'idea di Medioevo. "Revisione" verso certi luoghi comuni circolanti nella cultura diffusa soprattutto però, come il medioevo periodo omogeneo, il medioevo periodo stagnante, ecc. A me pare questo, come tu scrivi, un normale procedere della ricerca e del pensiero storiografico. E il pensiero storiografico come quello scientifico può certamente subire delle "rivoluzioni".

La questione manuali scolastici per ora l'accantono, poichè troppo lunga sarebbe una seria analisi e comparazione tra i diversi manuali in circolazione. Del resto sulle riviste di storia e non solo, qualcosa è già stato scritto. Mi limito a notare che però non tocca alla politica o allo stato stabilire quale sia la storia "buona" e quella "cattiva", quella "giusta" e quella "ingiusta". Tutti ci ricordiamo i tentativi di ingerenza di qualche anno fa, a cui si legavano, da una parte, l'obiettivo di una pacificazione tra le memorie post-fasciste-repubblichine e quelle post-resistenziali, e dall'altra quello di "ripulire" il proprio passato (non so chi si ricorda le azioni dei giovani di destra che "assaltarono" librerie con l'appoggio di alcuni parlamentari e uomini di partito timbrando i vari manuali con non ricordo bene quale scritta...).

Dico invece qualcosa sulla questione Resistenza (tra parentesi sottolineando il fatto che non siamo i soli ad avere a che fare, o ad aver avuto a che fare, con il cosiddetto "passato che non passa". Basti guardare allo Historikerstreit tedesco). Il libro di Claudio Pavone (che è stato partigiano oltre ad esser archivista e storico di sinistra) Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza è infatti del 1991 (ma già aveva ripreso questa espressione nel 1985). Pavone mai si è definito "revisionista", è stato semmai, talvolta, inscritto in questa schiera dalla destra, perennemente e parassitariamente in cerca di appigli. Certamente però infrange "pubblicamente" un "tabù", che era stato di molta parte antifascista (e tuttavia proprio una parte dell'intellettualità e non solo della sinistra "radicale", ha sempre rivendicato anche l'aspetto di guerra civile. Indice che l'"estremismo" non sta sempre dove ci si aspetta, e che il "moderatismo" nasconde spesso un "estremismo" molto maggiore e pericoloso, perchè non percepito come tale). Dovuto anche al fatto che la destra fascista e neofascista ha sempre un po' usato l'espressione nella sua propaganda, insistendo specialmente sulla "guerra fratricida". In realtà il libro di Pavone è proprio uno di quelli spesso citati e poco letti. E anche poco compresi o scientemente fraintesi per i propri scopi politici. Il testo infatti mai scade nella "marmellata" storica dell'equidistanza, della par condicio tra le due parti. Anche di guerra civile si è trattato, indubitabilmente visto che i combattenti appartenevano alla stessa nazione. Ma da qui a sostenere (com'è stato fatto sia a destra che a "sinistra") che, moralmente oltre che "storicamente", le parti in lotta pari sono, ce ne passa! Anzi, proprio la guerra civile, come ebbe a scrivere Marco Revelli nella recensione del libro, <<anzichè confermarlo, falsifica nella forma più piena il luogo comune fascista della "guerra fratricida" in cui le parti si confondono nell'abiezione della patria perduta>>. Ciò nulla toglie ai "crimini" della Resistenza. Episodi simili compaiono in praticamente tutte le guerre, da tutte le parti. Ma il giudizio storico oltre che morale non cambia (la storia non dà giudizi? Non ne sarei così assolutamente sicuro... Forse non direttamente ed esplicitamente, ma fornisce gli strumenti per poterlo fare e, talvolta, li suggerisce). C'è anche da aggiungere che tali episodi nella ricerca storiografica non sono sconosciuti, come da un po' va sostenendo anche Gianpaolo Pansa, mentre saltella tutto compiaciuto da un salotto televisivo all'altro promuovendo i suoi libri (che non sono libri di storia).
Tuttavia certo, se non di "revisionismo", il tema della guerra civile un problema (e forse un'esigenza? Ancora non saprei...) di revisione lo potrebbe porre. A questo punto più a sinistra che a destra, come propone un libretto pubblicato dalle edizioni Odradek nel 1998: Cesare Bermani, Silverio Corvisieri, Claudio Del Bello, Sandro Portelli, Guerra civile e stato. Per una revisione da sinistra.

Per ora mi fermo qui. Più tardi o nei prossimi giorni però vorrei sviscerare meglio qualche altro aspetto che può venir fuori dallo spunto del libro di Pavone e dalla questione che hai sollevato. Concordo pienamente sul fatto che una tale visione permetta di cogliere molto meglio la complessità della realtà storica. A patto però che tale complessità non diventi, come in taluni "postmodernismi", una comoda (e rischiosa) impossibilità a prender posizione, a formulare "giudizi", un'abitudine a ridurre tutto al punto di vista soggettivo (in questo caso un esempio sarebbe: siccome i repubblichini erano convinti di battersi per la "patria" tanto quanto i partigiani, allora pari sono. Ennò... Soggettivamente è probabile, psicologicamente anche, il rispetto per i morti, o meglio, per il dolore dei familiari dei morti è dovuto, ma la storia non è tutta qui...)

Ultima Modifica di Karl : 27-May-2007 18:51.
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Vecchio 24-October-2008
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Tutto ok, mi trovo abbastanza d'accordo con la tua analisi, però, a mio avviso, il "pericolo" revisionista, non passa soltanto attraverso le dotte discussioni accademiche, purtroppo.
Il revisionismo di massa è il vero pericolo, orientare la gente verso una determinata lettura della storia contemporanea, questo è il pericolo vero.
Già questa generazione è confusa e, non conoscendo i fatti, s'appiglia alle verità massmediatiche (un tempo forse appannaggio della sinistra con le case editrici che hai citato) oggi in mano ad un padrone unico che fa passare messaggi "revisionisti" senza contraddittorio, il famoso "l'hanno detto alla televisione".
Questo avviene perché la gente ha smesso di leggere e preferisce la comoda scorciatoia della TV.
Probabilmente fra 1 o 2 generazioni si comincerà a parlare di guerra civile (anche se così non fu) i partigiani saranno una delle due componenti di questa guerra, non la parte giusta (o vincente) ma messi al pari con repubblichini, Decima Mas, Brigate Nere e SS italiane.

e questo è deprimente...
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Probabilmente fra 1 o 2 generazioni si comincerà a parlare di guerra civile (anche se così non fu) i partigiani saranno una delle due componenti di questa guerra, non la parte giusta (o vincente) ma messi al pari con repubblichini, Decima Mas, Brigate Nere e SS italiane.

e questo è deprimente...
Premetto che posso più o meno considerarmi di centro-destra, ma non sono assolutamente un simpatizzante del fascismo, e posso tranquillamente riconoscermi nell'abusato termine di antifascista (ma anche anticomunista, o anti-totalitarismo in genere).
Ciò detto non vedo proprio perché il "revisionismo" (brutta parola, anzi sbagliata, per indicare una visione meno manichea della storia recente) debba essere così malvisto e, nel particolare, non capisco perché per gli avvenimenti italiani successivi all'8 settembre '43 non si debba correttamente parlare di guerra civile.

In quasi tutte le guerre civili c'è sempre stata una parte "sbagliata", dal punto di vista etico, a volte coincidente con il partito sconfitto a volte no, e a volte riconoscibile già dai contemporanei come parte eticamente "sbagliata" altre volte distinguibile solo col senno del poi (cioè col mutare delle convenzioni etiche, sociali e politiche).

Nella guerra di spagna atrocità vennero commesse da entrambe le parti e se la parte vincente – il fascismo – è oggi vista come la parte "sbagliata" dalla maggior parte degli spagnoli e del mondo intero lo si deve principalmente alla sconfitta dei regimi fascista e al disastro della Seconda Guerra Mondiale da questi causati.

Un anticomunista (o un più generico anti-totalitario) potrebbe sostenere, con dati alla mano, che la guerra civile successiva alla rivoluzione d'ottobre, vide la parte "sbagliata" tra i vincitori.

Ciò non toglie che in entrambi i casi si possa parlare correttamente di guerra civile.

Nella guerra di secessione americana, quella sudista è ovviamente la parte "sbagliata": già allora la maggior parte del mondo "civile" si era dichiarato contro la schiavitù! Ciò non di meno nella letteratura amerciana e non solo il termine più usato per questo conflitto è, giustamente, "guerra civile". Cosa ancor più importante, gli storici (e l'intera società americana, fin dalla fine del conflitto) sono sempre stati pronti a vedere lo sconfitto Sud
sotto una luce più sfumata, cercando di comprendere le ragioni che mossero i sudisti e distribuendo "buoni e cattivi" in modo meno manicheo.
Trovo questo atteggiamento saggio e pacificatore.

Non comprendo, invece, chi non vuole tentare di applicare lo stesso saggio atteggiamento, nel caso italiano, prolungando all'infinito una contrapposizione che, contrariamente al caso americano, cntinua una divisione politica dolorosa.
Il "revisionismo" (usiamo pure questo termine brutto e inappropriato) ha avuto il merito di far capire che la distribuzione di "buoni e cattivi", pur essendo chiara nei caratteri generali, deve essere più sfumata di quanto la storiografia di sinistra abbia detto. Ha inoltre il merito di porre chiaramente in luce la contrapposizione di due parti – una delle quali chiaramente negativa alla luce dei fatti e del tempo per le quali la scelta etica era allora assai più ardua e connotata a sfumature tutt'altro che insignificanti.

Basti vedere le sottili (ma neanche tanto) differenze che esistevano, sia come motivazioni che come azioni sul campo, tra X Mas, Brigate Mussolini o SS Italiane... Mettere tutto nello stesso fascio () è una semplificazione estrema che la letteratura storica di qualità (revisionista e non) non accoglie.

Sono certo che, se fossi vissuto sessant'anni fa, avrei scelto la parte della resistenza (o, potendo, quella del Corpo Italiano di Liberazione)... Questo però solo col senno del poi... Se provo ad immergermi idealmente nel clima dell'epoca intuisco che forse la scelta non sarebbe stata così immediata. Ed il tentativo di ricostruire più fedelmente l'atmosfera confusa dell'epoca è appunto il merito del "revisionismo".
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Marco Astracedi
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Vecchio 26-October-2008
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Il revisionismo di per sè non è affatto un male, anzi, se affrontato nei modi giusti, cioè quelli propri dello storico, è fecondo per una conoscenza più equilibrata di fatti e ricorsi affrontati spesso con atteggiamenti di parte. Quello che frenkmimen condanna, ed io con lui, è il revisionismo fatto da chi storico non è, eppure vorrebbe far passare gli storici per faziosi (alcune volte effettivamente ciò può essere, ma a ribattere a questi faziosi devono essere sempre altri storici); da chi usa la censura quando qualcuno pronuncia parole, sia pure veritiere, ma scomode; da chi auspica una riscrittura dei libri di scuola fatta da politici o tecnici che non sanno neanche compilare correttamente una lista di quiz per un concorso per diplomati (!); da chi ritiene degli eroi persone che, per le azioni che hanno commesso, eroi non possono propriamente dirsi (sebbene si possa cercare di comprendere le motivazioni che li hanno spinti a compierle) e li reputa degni addirittura di avere una strada a loro nome. Questo, tuttavia, più che revisionismo, io lo chiamerei uso improprio del potere.
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Vecchio 27-October-2008
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Vorrei aggiungere un paio di osservazioni a ciò che dice Leda.
Fino ad adesso siamo ancora in una democrazia nata dalla guerra di liberazione (a me pare il termine più appropriato scusate se sono obsoleto) ed ancora è basata sulla Costituzione voluta da tutte le forze politiche rappresentate nelle varie anime delle brigate partigiane, tantopiù che la ricostituzione del partito fascista è un reato sancito dalla legge base della Repubblica.

@ astracedi
essere di centro-destra cosa significa? Oggi la destra ha monopolizzato tutta la compagine di governo...lo stesso Berlusconi non nasconde la sua simpatia per certi metodi repressivi (annunciati) che possono essere definiti totalitaristi.
L'imbavagliamento della stampa, la progressiva militarizzazione delle città (vigli con le pistole) paiono più sintomi di un golpe strisciante che una svolta di destra democratica.

Se poi pensi che il leghismo sia un'espressione del "centro-destra" per me è invece quella è un movimento soltato populista quindi non schierato ideologicamente.
Anche se è difficile collocarli altrove visto la presenza di loschi personaggi come Borghezio (ex Ordine Nuovo).
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Vecchio 29-October-2008
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C'è in Italia, o meglio in Italia è particolarmente forte, un evidente problema di "qualità" nella comunicazione da parte dei mass-media. Qualità che sta lentamente e progressivamente degenerando in un appiattimento culturale, nella scarsezza di approfondimento e soprattutto nel facile senzazionalismo.

Certe forme di "revisionismo" sugli anni della guerra civile passano anche e forse soprattutto per questi canali di bassa lega. Ma gli stessi media, con limiti e livelli qualititivi non molto diversi, negli anni e decenni passati hanno ugualmente la colpa di appiattire la Storia nella vulgata della guerra di liberazione, dell'antifascismo tout-court, dei partigiani "buoni" che hanno liberato l'Italia dai nazi-fascisti "cattivi".
Tuut'al più si nota una tendenza negativa nella qualità dell'informazione, che è progressiva, ma che era comunque già presente da tempo "in nuce".

Riguardo ai termini "guerra civile" e "guerra di liberazione", che racchiudono, semplificando in modo troppo estremo, il problema, si può sintetizzare la questione dicendo che a liberarci dall'occupazione tedesca furono gli Anglo-americani e in misura assai minore i partigiani ed il rinascente Esercito Italiano cobelligerante (1° Raggruppamento Motorizzato>CIL>Gruppi di Combattimento); quando invece i partigiani si scontrarono coi i repubblichini non vedo motivo alcuno per non parlare di guerra civile. Notare bene che questa distinzione era avvertità già all'epoca, tanto che il CIL esigette di essere schierato in settori del fronte dove non fossero presenti reparti italiani avversi e, dall'altra parte dello schieramento, fecero la stessa cosa molti dei pochi reparti repubblichini in grado (logisticamente e operativamente) di combattere la guerra sul fronte.
Alcuni battaglioni della Xa MAS (Barbarigo, Nuotatori Paracadutisti) per esempio, che si ritrovarono di fronte ad alcuni reparti dei Gruppi di Combattimento badogliani, rifiutarono di combattere e dovettero essere spostati da quei settori. In altri casi la stessa Xa MAS tentò degli accordi (spesso riuscendovi) con alcune formazioni partigiane non comuniste in chiave anti-titina e addirittura anti-tedesca.
Tutto questo per ribadire come le differenza tra lo sparare contro stranieri e sparare contro italiani (sia pure avversi) fosse a volte già allora sentita, consentendo di parlare apertamente, per quei casi dove combattimenti, rappresaglie e morti tra italiani vi furono, di guerra civile.

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@ astracedi
essere di centro-destra cosa significa?
Oggi il PD è piuttosto lontano dalle posizioni della sinistra storica italiana – socialisti e ancor più, comunisti – e ha quindi ben ragione di essere definito partito di centro-sinistra.
Ugualmente il PdL è lontano dal fascismo del ventennio e dall'MSI, e può benissimo essere definito di centro-destra, distinguendosi chiaramente da partitucoli esclicitamente di Destra come quello della Santanchè o ancora di più da gruppi estremisti come Forza Nuova.
In questo senso mi sento di centro destra: sono antifascista, ma non nel senso di essere di sinistra.
Se fossi in Inghilterra, per capirci, sarei tendenzialmente favorevole ai Conservatori, piuttosto che ai Labour...

Purtroppo qui in Italia non riesco a riconoscermi in questo centro-destra populista (lo è anche Berlusconi, non solo la lega) e capitanata da un personaggio di cui ho poca stima... Per capirci, da molti anni non votavo... alle precedenti elezioni politiche, pur di vedere andar via Berlusconi avevo votato Prodi, il cui governo è stato tanto insipido e incapace di affrontare anche uno solo dei nodi cruciali che interessano il paese, da costringermi a votare a denti stretti il PdL alle ultime elezioni, sicuro già di pentirmene nuovamente.

Sulle possibilità di una dittatura strisciante sono scettico ed ho già risposto nel topic dedicato. Tanto per chiarirci, però, visto che tiri in ballo le pistole in dotazione ai vigili urbani, nella città da cui vengo, Ancona, da sempre con giunta di centro-sinistra, le pistole sono in dotazione alla polizia municipale già da una decina d'anni (se non erro al tempo del governo D'Alema) mentre dove vivo ora, Osimo, con giunta civica di centro-destra le pistole non ci sono.
Altro esempio di come la visione della politica e della storia non possa essere manichea.
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Marco Astracedi
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  #9 (permalink)  
Vecchio 30-October-2008
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Mi spiace ma non mi trovi d'accordo.
L'antifascismo oggi più che mai è ancora un "valore" da difendere, non soltanto per una questione di principio, soprattutto perché dopo ben 60 anni dalla cacciata dal potere di quella ideologia che ridusse l'Italia alla fame e la distruzione oggi si tende a diminuirne le colpe e mettere sullo stesso piano le due parti contrapposte.
Non è neanche vero che l'Italia fu liberata esclusivamente dagli angloamericani, Napoli fu liberata dalla sua stessa popolazione, così fu per Alba (per mesi repubblica partigiana all'interno della stessa repubblica di Salò), a Firenze gli americani aspettarono beatamente che i partigiani cacciassero dal centro storico i nazifascisti, prima di entrarci come trionfatori.
Lo stesso successe anche in Francia e negli altri paesi occupati dai nazisti.

Ma seguiamo passo passo l'ascesa del totalitarismo mussoliniano e vedrai come certe cose somiglino molto a ciò che oggi sta accadendo.
1) perdita del potere del parlamento, le leggi venivano proposte dal governo e passate al re per l'approvazione (proforma).
2) l'eliminazione (progressiva) della libertà di stampa.
3) L'invasione della Magistratura con l'eliminazione degli oppositori e l'istituzione di un Tribunale Speciale formato da magistrati di provata fede fascista.
4) le leggi razziali alle quali si ispira il razzismo da noi ormai ben radicato che permette ai bambini "italiani" (di razza) di poter essere tutelati dall'arrivo degli stranieri, in larga parte nati anche loro in Italia, ergo legalmente tanto italiani quanto gli altri ma non di "pura" razza italica!
5) repressione di ogni manifestazione di dissenso.

Mi sembra che ci siamo avviati sulla strada giusta...per la creazione di uno stato modello, ma sfortunatamente l'UE a cui apparteniamo non accetta stati totalitaristi (in Europa l'hanno capita la lezione da noi invece semplicemente non si studia neanche il passato recente) ma soltanto democrazie compiute e la nostra democrazia è imperfetta e tendente alla dittatura in questi ultimi tempi.
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AVT TACE AVT LOQVERE MELIORA SILENTIO
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  #10 (permalink)  
Vecchio 03-November-2008
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Io in mancanza di meglio continuerei a distinguere tra "revisione", lavoro quotidiano dello storico, e "revisionismo" come "movimento" (o forse meglio atteggiamento aprioristico), questo sì manicheo e generalmente molto "ideologico". Ahimè anche quando vede protagonisti storici di professione (mi trovo d'accordo con Leda, però devo aggiungere che purtroppo anche la qualità dei lavori di alcuni storici "revisionisti" è, a mio avviso, molto discutibile. Nel metodo, nel merito, nelle intenzioni, ecc.).

Per il resto sono d'accordo Frenkminem. E' l'atteggiamento, la forma mentis, passata nella cultura di massa, con l'aiuto dei mass media, che più mi fa "paura"... Annulla il senso critico. (Avete visto per caso l'altra sera Pansa, Galli della Loggia, ecc., in tv da quel coso di Vespa?).

Per ciò che riguarda il discorso guerra civile, io non ci vedo lo scandalo. E' concetto sui cui si è scritto tutto sommato parecchio, anche riguardo al caso italiano, ed usato direi oggi da quasi tutti gli storici, di qualsiasi "fede" politica. Che poi piaccia a tv e quotidiani montare il caso dell'eroe, magari outsider, che combatte il silenzio e la presunta ortodossia storiografica quello è un altro discorso. Del resto, per collegarci al forum di Archeologia, è lo stesso identico meccanismo che muove la fortuna della fantarcheologia...
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