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| Storia della Storiografia. Metodologia della ricerca storica Forum dedicato alla storia della storiografia e metodologia della ricerca storica |
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26-May-2007
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AI Storia Senatus
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"Revisionismo": un caso di uso massmediatico della storia?
Che cos’è il cosiddetto “revisionismo”? A me pare, e fortunatamente non solo a me, un esempio di “cortocircuito” massmediatico. Qualcosa cioè che, tendenzialmente, nasce in ambito massmediatico e in questo (e di questo) si autoalimenta, cooptando a volte anche storici di professione. Non che non ci siano ricerche storiche alla base, tuttavia… Il lavoro dello storico, di fatto, è quello di “revisionare”, altrimenti che studia a fare? Che scrive a fare? E allora perchè si parla e si scrive spesso di “revisionismo” come qualcosa di così speciale, sensazionale, scandaloso? Intanto perchè fa comodo. Ai media fa comodo. La storia sempre nuova, l’ultima e rivoluzionaria scoperta, la polemica sguaiata, l’intrigo e magari anche il mistero o comunque il nascosto, la lotta dello studioso isolato contro il “silenzio assordante”, l’ortodossia e la vulgata, sono cose che fanno vendere di più e aumentano gli ascolti. Servono ad attirare l’attenzione e a creare un “caso” con argomenti che, altrimenti, risulterebbero come noiosi ai più. Del resto chi se ne frega di documenti d’archivio, epistole o note a piè di pagina? Evocano noia già solo le parole. Che facciano comodo invece alla ricerca storica o anche solo alla divulgazione scientifica, è tutto da vedere…
Intanto andrebbe precisato che, solitamente, quando ci si lamenta del “silenzio assordante” che circonda certi argomenti e certe questioni, ci si riferisce alla ricerca storica ma in realtà si ha in mente, al limite, il dibattito pubblico e/o politico. E anche quando a lamentarsi è qualche storico di professione, non necessariamente questo stato di desolazione nella ricerca storiografica corrisponde alla realtà. Entrano infatti in gioco altri fattori come la necessità di presentare il proprio lavoro come particolarmente orginale e inedito (la qual cosa si può fare anche dichiarando il proprio debito nei confronti di chi ha già trattato tali temi. Se non lo si fa o si è degli sprovveduti e non si conosce la bibliografia di riferimento, oppure si è in malafede), oppure motivazioni politiche ed ideologiche pure e semplici (mai assenti ma pericolose quando prendono il sopravvento sulla bontà della ricerca), solitamente mascherate dietro una pretesa oggettività. A questo proposito lo storico Giorgio Rochat nel 2000 scriveva: <<In realtà lo storico disonesto è quello che si proclama “oggettivo” per stabilire la sua superiorità sui colleghi “politicizzati”, ossia su quelli che hanno posizioni politiche diverse dalle sue, rifiutando l’unico criterio valido di comparazione, la professionalità e il rigore morale del singolo studioso che non teme di dichiarare le sue scelte di campo>> (il corsivo è suo. Da Enzo Collotti, a cura di, Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni, Laterza).
Ma esistono storici che si definiscono revisionisti? In linea di massima no. Solitamente sono giornalisti e pubblicisti che li definiscono tali, spesso anche in modo del tutto disinformato. Talvolta qualche storico non disdegna l’appellattivo (generalmente sono più gli epigoni che non i “maestri” o supposti tali), per rimarcare magari una differenza rispetto ad una presunta ortodossia o vulgata, la propria presunta originalità, il proprio presunto andare contro corrente, il proprio presunto isolamento, la propria appartenenza ad una presunta e vaga corrente storiografica, o il proprio orientamento politico, essendo il “revisionismo” solitamente rivendicato dalla destra (tuttavia il rapporto tra tendenze “revisionistiche”, proposte di revisioni rigorose e posizioni politiche è più complesso. Magari verrà fuori nel prosieguo della discussione).
Neanche Renzo De Felice, lo storico considerato il capostipite della “scuola revisionista” in Italia, in realtà si è mai definito tale. L’etichetta gli è stata affibbiata dai mass-media, dalla destra in cerca di numi tutelari (De Felice da comunista e poi ex comunista scriveva infine sul Giornale di Montanelli. Che possa essere ascritto però a quella parte della destra allora appena post-fascista o addirittura a quella neo-fascista… è tutt’altro discorso), e forse da alcuni suoi epigoni. Come ci ricorda Bongiovanni (Bruno Bongiovanni, <<”Revisionismo”. Storia e antistoria di una parola>>, in Angelo d’Orsi, a cura di, Gli storici si raccontano. Tre generazioni tra revisioni e revisionismi, Manifestolibri 2005), alla fine finì per accettare l’etichetta, probabilmente per stanchezza. La sua produzione storiografica tuttavia, discutibile e discussa, non pare recare tracce di una qualche revisione radicale nella lettura del fascismo. Ne Le interpretazioni del fascismo (Laterza 1969) compaiono scritti di Angelo Tasca, addirittura di Palmiro Togliatti. E inoltre egli stesso precisava, sia qui che altrove, che l’intento non era quello di cercare <<assurdi revisionismi>>. Un altro mito soprattutto massmediatico che circola su di lui, è che sia stato particolarmente isolato e osteggiato, anche dal punto di vista editoriale e non solo accademico. A me, e non solo a me, non pare proprio. Non più di altri comunque, e non più di quel che accade per qualsiasi altra querelle storiografica. Non credo che il dibattito storiografico sulle sue interpretazioni gli sia spiaciuto più di tanto, è fisiologico oltre che salutare. La cattedra non mi pare che gli sia stata tolta o sia stata soppressa (come invece è successo non molto tempo fa all’Università di Lecce per la cattedra di storia del movimento operaio di Antonio Moscato). In quanto all’isolamento editoriale… Ha pubblicato con tutti gli editori più prestigiosi, e spesso accusati di diffondere l’inesistente “egemonia marxista”, da Laterza a Einaudi a Il Mulino.
Il “caso” allora quando è nato? Negli anni ’90, ed è principalmente un caso massmediatico, nato in seguito al libro-intervista (non un lavoro storiografico quindi) Il rosso e il nero, del 1995, in cui De Felice, scomparso di lì a poco, si lasciò andare a risposte piuttosto incaute e infelici. I media tanto quanto la politica ci si fiondarono. Fra questi quanti avessero davvero letto le opere di De Felice è facile immaginarselo. E del resto accade sempre così. Tutti conoscono il caso perchè creato o sfruttato dai media, ma ben pochi conoscono la sostanza e ciò che vi sta dietro (e se in effetti dietro vi sia qualcosa di sostanzioso o meno). E anche tra quelli che effettivamente hanno letto l’opera, ben pochi hanno gli strumenti necessari per una lettura critica. In tutto ciò il rigore e la bontà o meno della ricerca scientifica e storica passano ovviamente in secondissimo piano. Diventa una chiacchiera, una polemica, dove tutto viene ridotto ad opinioni contrapposte e basta. Quasi tutti conoscono (mi è personalmente capitato di discuterne anche in un bar di un piccolissimo paesino abruzzese qualche anno fa, scatenando quasi una rissa, per cui…) l’oramai “famigerato” Libro nero del comunismo edito non a caso da Mondadori. Lì il “caso” parte prima ancora che il libro entri nel circuito massmediatico-giornalistico, già bastava quello massmediatico-pubblicitario. Ad ogni modo tutti lo conoscono ma quanti lo hanno letto, anche tra quelli che lo hanno commentato? (In quel bar nessuno. Eppure giocavano tutti a fare i dotti, lì pronti a sparare cifre di decine se non centinaia di milioni di morti. Eppure non sapevano chi fosse Werth, che ha scritto il capitolo più sostanzioso del libro!) Ben pochi, e per loro stessa ammissione. E tra chi lo ha fatto quanti hanno gli strumenti per poterlo valutare criticamente? E quanti conoscono, per contro, il ben più equilibrato ed anche innovativo Il secolo dei comunismi edito da Marco Tropea? Nessuno?
Ma mi accorgo che mi sono già dilungato troppo. Eppure ancora molto ci sarebbe da dire sull’origine dell’uso recente del termine “revisionismo” (chè la storia del termine è molto più lunga. Si veda Bongiovanni, op. cit.). Si tratta infatti esso stesso di un caso di uso massmediatico della storia, tanto che Bongiovanni la definisce la fase della <<leggenda mediatica>> (l’opera alla base è la lettura della Rivoluzione francese fornita nel 1978 dallo storico francese Furet - anch’esso ex-comunista virato verso lidi più “moderati” come De Felice. Da qui forse nasce, o si diffonde, l’abitudine di individuare presunte “vulgate” storiografiche contro le quali scagliarsi). E ancora ci sarebbe il caso di Nolte in Germania. Tutti storici che, come nota ancora una volta Bongiovanni, più che altro hanno “revisionato” loro stessi e le loro opere precedenti (e personalmente mi chiedo anche quanto, in questi casi, abbia giocato la componente squisitamente biografico-psicologica). E ancora i “casi” del Risorgimento e della Resistenza in Italia, e via discorrendo. Una cosa però devo precisarla per forza. Di fatto non esiste una scuola storiografica “revisionistica”. Neanche Furet si è mai definito “revisionista”. Gli unici che si autodefiniscono tali sono i “negazionisti” - chi nega la Shoah.
Concludo con una citazione, che credo possa servire per riassumere e fare il punto: <<[…] il binomio storia-politica, che è sempre esistito, è diventato un trinomio. I media si sono aggiunti alla storia e alla politica […] e assai spesso da “mezzi” si sono trasformati in “fini”. Hanno surriscaldato artificialmente il rapporto fecondamente e consapevolmente conflittuale tra storia e politica. Hanno ipnotizzato, e sedotto, la storiografia disposta a trasformarsi in esibizionistica levatrice di scoop. Hanno trasformato i documenti in stupefacenti atomi decontestualizzati. Hanno inventato poi una scuola a priori “revisionistica”.
Intendiamoci. Ritoccare continuamente a posteriori le cose, se emergono documenti nuovi, o letture nuove di documenti noti, o sulla base di fondati ragionamenti e della storiografia esistente, o anche tenendo conto delle sollecitazioni del presente che ogni generazione attraversa e vive, fa certo parte del nostro mestiere di storico. E’ cosa tanto ovvia che ci si vergogna a ricordarla. Ma una corrente a priori, ed esibizionisticamente , “revisionistica”, quasi fosse una filosofia della storia, o una scuola, o una procedura scientifica, non ha nulla, proprio nulla, a che fare con la storiografia. E’ un’altra cosa. Quanto alla storia, essa è sempre stata un campo di battaglia su cui si sono affrontate le diverse scuole e le diverse generazioni. Ora, in non pochi casi, essa è anche spettacolo. Non si deve, e non si può, tuttavia, sciorinando un’aristocratica e rancorosa Kulturkritik, cedere alla tentazione di volgere le spalle ai media. Ci mancherebbe! Sarebbe, oltre tutto, un’impresa vana e anche un po’ oscurantistica. E’ opportuno però sapere che i media, proprio come la storia e la politica, da una parte, certo, informano (e comunicano), ma, dall’altra, servono la propria autonoma causa.
[Gli storici] attirati a loro volta dalla forza di gravità del gran circo mediatico, hanno commesso in alcune circostanze, e scrivendo essi stessi sui giornali, un grossolano e imperdonabile errore. Hanno infatti contrattaccato accusando chi la pensa diversamente di essere “revisionista”. E hanno così contribuito a tenere in vita un termine, che […] è ormai inutile, ed anzi decisamente fuorviante, in ambito storiografico. Un termine che oggi, pur usato talora con un che di goliardico e talora con indifferenza, pare non solo in grave stato confusionale, ma praticamente moribondo per iperconsumo, logorio e overdose>>. (Da Bongiovanni, op. cit.).
Ci tengo a precisare infine che il mio vuole essere semplicemente uno spunto all'interno di un ambito di discussione molto più vasto come l'(ab)uso massmediatico, pubblico, e politico della storia. In alcun modo deve essere percepita come una traccia "costrittiva" da coloro i quali volessero contribuire ad imbastire una discussione, che devono invece sentirsi liberi di spaziare, entro l'ambito di cui sopra ovviamente, dove più gli pare e come meglio credono. Aprendo anche altre discussioni se è il caso.
Ultima Modifica di Karl : 28-May-2007 13:16.
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27-May-2007
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AI Storia Senatus
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Data Registrazione: May 2007
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Molto interessante questo tuo primo post, Karl.
Devo ammettere di non conoscere a fondo la polemica (accademica e non) sulla questione del "revisionismo", anche perché sono sempre stato tendenzialmente contrario ad etichette di vario tipo in ambito storico-storiografico. Concordo con te: ci sono solo bravi storici (più scrupolosi e meno inclini alle facili e roboanti prese di posizione) e storici meno bravi. Ci sono poi i giornalisti (categoria per cui non nutro particolare apprezzamento, salvo eccezioni) o storici che assomigliano ai giornalisti nel senso che ne adottano i pessimi (a volte) metodi di comunicazione, privi di scrupoli ed attenti soprattutto alla notorietà e quindi facili al sensazionalismo.
Concordo quindi che il concetto di "revisionismo" è stato creato o perlomeno pompato dai mass-media.
Eppure bisogna riconoscere che alcuni punti di vista, sia tra gli "addetti ai lavori" che tra la gente comune, riguardo a specifici avvenimenti storici, siano a volte cambiati in modo evidente; spesso per merito (o colpa, a seconda dei punti di vista) di alcuni storici pionieri.
Rimanendo alla questione fascismo-resistenza, che più larga eco ha avuto nei mass-media, è indubbio che gli avvenimenti nell'Italia post 1943, fino ad alcuni anni fa venivano etichettati, quasi senza eccezione, sotto la dicitura "guerra di liberazione". Da alcuni anni non fa più scandalo usare il termine "guerra civile". Si tratta di "etichette", d'accordo, ma mi sembra che siano una sintesi efficace di connotazioni tra loro piuttosto differenti e ben differenziate nel tempo: prima degli anni '90 si aveva un certo tipo di connotazione molto manicheista tra le due parti (partigiani=buoni, fascisti=cattivi; rovesciata nel caso della minoranza dell'estrema destra), dopo gli anni '90 la posizione si è fatta più fluida e complessa, a mio personale parere decisamente più oggettiva e rispettosa della realtà storica.
Parimenti, sia pure con effetti mass-mediatici assai minori, nel corso degli ultimi decenni il medioevo ha cesssato di essere visto soprattutto come un'epoca di decadenza – i secoli bui – grazie a diversi storici come Jaques LeGoff, che hanno apportato una lenta rivoluzione culturale in quest'ambito, senza che sia stata loro appiccicata addosso l'etichetta di "revisionisti".
Eppure in alcuni casi di vera rivoluzione si tratta e credo che i manuali scolastici delle medie e delle superiori siano una buona cartina al tornasole. Al di là di un generale peggioramento nell'approfondimento dei contenuti (ma questa è un'altra storia) mi sembra che rispetto alle posizioni relativamente omologhe di vent'anni fa, in cui spesso era riconoscibile (almeno a posteriori) la scuola storiografica marxista (ho studiato sul Camera-Fabietti e sul Brancati), oggi si assista a posizioni più disparate e l'uso di termini come "guerra civile" in riferimento al post '43 ne sono un chiaro sintomo. Se questo sia bene o sia un male non voglio e non posso dirlo, ma qualcosa è cambiato sia che lo si voglia chiamare effetto del "revisionismo" o se invece lo vogliamo considerare la normale e continua evoluzione e mutazione del pensiero storico. Personalmente abbraccio di più la seconda versione.
Il punto è che, come sempre, bisogna avere diffidenza per le posizioni troppo estremiste e manicheiste; una volta preso atto di questo "pericolo" ogni revisione, purché supportata da dati ed analisi, è la benvenuta.
Ultima Modifica di astracedi : 27-May-2007 12:24.
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27-May-2007
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AI Storia Senatus
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Nel caso del medioevo probabilmente gioca anche una certa distanza rispetto all'oggetto di studio. Anche in Italia medievisti come Giuseppe Sergi (che non so se semplicisticamente possa essere ascritto ad una scuola "marxista" - termine di cui peraltro andrebbe precisato ogni volta il significato, perchè in realtà più che il "marxismo" sono esistiti e forse esistono ancora i "marxismi" - ma certamente è ben inserito entro la "sinistra") hanno spinto verso una "revisione" dell'idea di Medioevo. "Revisione" verso certi luoghi comuni circolanti nella cultura diffusa soprattutto però, come il medioevo periodo omogeneo, il medioevo periodo stagnante, ecc. A me pare questo, come tu scrivi, un normale procedere della ricerca e del pensiero storiografico. E il pensiero storiografico come quello scientifico può certamente subire delle "rivoluzioni".
La questione manuali scolastici per ora l'accantono, poichè troppo lunga sarebbe una seria analisi e comparazione tra i diversi manuali in circolazione. Del resto sulle riviste di storia e non solo, qualcosa è già stato scritto. Mi limito a notare che però non tocca alla politica o allo stato stabilire quale sia la storia "buona" e quella "cattiva", quella "giusta" e quella "ingiusta". Tutti ci ricordiamo i tentativi di ingerenza di qualche anno fa, a cui si legavano, da una parte, l'obiettivo di una pacificazione tra le memorie post-fasciste-repubblichine e quelle post-resistenziali, e dall'altra quello di "ripulire" il proprio passato (non so chi si ricorda le azioni dei giovani di destra che "assaltarono" librerie con l'appoggio di alcuni parlamentari e uomini di partito timbrando i vari manuali con non ricordo bene quale scritta...).
Dico invece qualcosa sulla questione Resistenza (tra parentesi sottolineando il fatto che non siamo i soli ad avere a che fare, o ad aver avuto a che fare, con il cosiddetto "passato che non passa". Basti guardare allo Historikerstreit tedesco). Il libro di Claudio Pavone (che è stato partigiano oltre ad esser archivista e storico di sinistra) Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza è infatti del 1991 (ma già aveva ripreso questa espressione nel 1985). Pavone mai si è definito "revisionista", è stato semmai, talvolta, inscritto in questa schiera dalla destra, perennemente e parassitariamente in cerca di appigli. Certamente però infrange "pubblicamente" un "tabù", che era stato di molta parte antifascista (e tuttavia proprio una parte dell'intellettualità e non solo della sinistra "radicale", ha sempre rivendicato anche l'aspetto di guerra civile. Indice che l'"estremismo" non sta sempre dove ci si aspetta, e che il "moderatismo" nasconde spesso un "estremismo" molto maggiore e pericoloso, perchè non percepito come tale). Dovuto anche al fatto che la destra fascista e neofascista ha sempre un po' usato l'espressione nella sua propaganda, insistendo specialmente sulla "guerra fratricida". In realtà il libro di Pavone è proprio uno di quelli spesso citati e poco letti. E anche poco compresi o scientemente fraintesi per i propri scopi politici. Il testo infatti mai scade nella "marmellata" storica dell'equidistanza, della par condicio tra le due parti. Anche di guerra civile si è trattato, indubitabilmente visto che i combattenti appartenevano alla stessa nazione. Ma da qui a sostenere (com'è stato fatto sia a destra che a "sinistra") che, moralmente oltre che "storicamente", le parti in lotta pari sono, ce ne passa! Anzi, proprio la guerra civile, come ebbe a scrivere Marco Revelli nella recensione del libro, <<anzichè confermarlo, falsifica nella forma più piena il luogo comune fascista della "guerra fratricida" in cui le parti si confondono nell'abiezione della patria perduta>>. Ciò nulla toglie ai "crimini" della Resistenza. Episodi simili compaiono in praticamente tutte le guerre, da tutte le parti. Ma il giudizio storico oltre che morale non cambia (la storia non dà giudizi? Non ne sarei così assolutamente sicuro... Forse non direttamente ed esplicitamente, ma fornisce gli strumenti per poterlo fare e, talvolta, li suggerisce). C'è anche da aggiungere che tali episodi nella ricerca storiografica non sono sconosciuti, come da un po' va sostenendo anche Gianpaolo Pansa, mentre saltella tutto compiaciuto da un salotto televisivo all'altro promuovendo i suoi libri (che non sono libri di storia).
Tuttavia certo, se non di "revisionismo", il tema della guerra civile un problema (e forse un'esigenza? Ancora non saprei...) di revisione lo potrebbe porre. A questo punto più a sinistra che a destra, come propone un libretto pubblicato dalle edizioni Odradek nel 1998: Cesare Bermani, Silverio Corvisieri, Claudio Del Bello, Sandro Portelli, Guerra civile e stato. Per una revisione da sinistra.
Per ora mi fermo qui. Più tardi o nei prossimi giorni però vorrei sviscerare meglio qualche altro aspetto che può venir fuori dallo spunto del libro di Pavone e dalla questione che hai sollevato. Concordo pienamente sul fatto che una tale visione permetta di cogliere molto meglio la complessità della realtà storica. A patto però che tale complessità non diventi, come in taluni "postmodernismi", una comoda (e rischiosa) impossibilità a prender posizione, a formulare "giudizi", un'abitudine a ridurre tutto al punto di vista soggettivo (in questo caso un esempio sarebbe: siccome i repubblichini erano convinti di battersi per la "patria" tanto quanto i partigiani, allora pari sono. Ennò... Soggettivamente è probabile, psicologicamente anche, il rispetto per i morti, o meglio, per il dolore dei familiari dei morti è dovuto, ma la storia non è tutta qui...)
Ultima Modifica di Karl : 27-May-2007 18:51.
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