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leda Secondo recenti studi dell'Università di Havard, la conquista della statura eretta va spostata addirittura di 15 milioni di anni rispetto a quanto si credeva. Il primato del più antico bipede conosciuto tocca al Morotopithecus bishopi, che 21 milioni di anni fa già camminava eretto, stando alle analisi genetiche svolte sulla spina dorsale di questo primate, che risulterebbe in tal modo il progenitore dell'uomo e delle scimmie antropomorfe. Il merito della scoperta è di Aaron G. Filler, studioso del Museo di Zoologia Comparativa dell'Università di Harvard, che sostiene altresì che il bipedismo sarebbe nato non sul terreno come sempre creduto finora, ma già quando i nostri antenati vivevano sugli alberi, il che significa che per gli scimpazè e gli altri primati più evoluti ci sarebbe stato un ritorno all'originario modo di camminare.
La tesi sostenuta, nel caso fosse confermata definitivamente, porterebbe a rivedere buona parte delle attuali conoscenze sullo sviluppo dell'evoluzione umana, aprendo anche una serie di interrogativi (come quello sul perché nelle scimmie antropomorfe ci sia stata un'involuzione del bipedismo) di non facile soluzione, almeno secondo gli schemi vigenti.
Dal sito di anthropology: Aaron Filler’s Morotopithecus bipedalism « Anthropology.net |
Non ho letto l’articolo del 2007 e non ho visto neppure i grafici anatomico-ossei riguardo alla maggiore antichità dell’Homo erectus, il Morotopithecus bishopi di G. Filler, retrocesso cronologicamente addirittura a 21 milioni di anni fa.
Se dalle discussioni lette (compreso l’allegato di leda) lo studioso americano mette in campo una vita ancora arboricola delle creature dei fossili che sono stati presi in esame, la tesi della profonda antichità del bipedismo, non può poi essere tanto convincente: per due ordini di ragioni.
Si può agevolmente immaginare (la pensano la maggior parte degli Studiosi del settore) che l’evoluzione dell’antico Primate verso il genere Homo sia avvenuta in ambienti aperti (plausibilmente savane e praterie ad erbe alte) dove la necessità di scrutare da una posizione più alta possibile e per maggiore tempo ha predisposto, trasformando progressivamente la conformazione dell’ultimo tratto delle vertebre e delle anche del Mammifero in questione. ad una migliore postura per la stazione eretta.
Questa abitudine può essere osservata nel comportamento di alcuni piccoli mammiferi della prateria dell’America Settentrionale dal curioso nome di “cani della prateria”, simili alla Mangusta. Essi per molti minuti per volta e ripetutamente durante la giornata stanno in posizione eretta per osservare meglio l’ambiente che li circonda.
Si può altresì immaginare che la condizione di vita all’aperto creava una situazione di maggiore pericolo per i gruppi umanoidi scesi dagli alberi ma dava al contempo una maggiore e svariata gamma di opportunità alimentari che altrove non c’erano o che erano molto più faticose a procurarsi. Una di queste opportunità sarà stato il consumo del midollo osseo – contenente proteine pregiate – e della carne di animali abbattuti anche da altri predatori. La condizione di bipede, quindi, sarà stata la posizione iniziale per ulteriori sviluppi della successiva attività umana, prima fra tutte l’utilizzo degli gli arti anteriori, non più anche per correre, ma solo per costruire utensili e “creare” successivamente strutture materiali più complesse.
Se accogliessimo l’idea che il Morotopithecus bishopi, (insieme ad altri tre tipi similari del Miocene inferiore, di G. Filler) abbiano potuto muoversi in posizione eretta sin da 21 milioni di anni fa e pertanto essere in una condizione ottimale per le ulteriori fasi di sviluppo evolutivo, potremmo anche accogliere l’idea che nulla avrebbe impedito, che dopo qualche milione di anni avrebbe potuto prodursi un Primate del genere Australopithecus afarensis o africanus se non addirittura un essere del tipo Homo habilis, generi umanoidi, bipedi, che hanno vissuto sul nostro pianeta rispettivamente 3 e 1,5 milioni di anni fa.