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| La Seconda Guerra Mondiale Storia Militare. La Seconda Guerra Mondiale |
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10-June-2007
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AI Storia Senatus
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aneddoti personali di chi ha vissuto la guerra
Prendendo spunto dal topic sulle "vicende umane", la cui discussione ha preso una strada molto generalista, mi è venuto in mente un argomento che trovo potenzialmente foriero di interessanti sviluppi.
Ognuno di noi ha parenti (genitori, nonni, ecc.) che hanno direttamente vissuto la guerra e che hanno diversi storie od aneddoti - tragici, raccapriccianti, sentimentali o addirittura divertenti; sia eclatanti che di vita quotidiana - su quanto hanno vissuto in quegli anni; storie ed aneddoti che rischiano di perdersi per sempre, mentre potrebbero rappresentare un ulteriore tessera al grande mosaico della storia di quel tragico periodo ("La storia siamo noi" cantava De Gregori...).
Propongo quindi questo spazio dove ognuno possa racontare quello che ha a sua volta sentito da genitori, nonni, parenti o conoscenti vari. Magari, alla fine di tutto potrebbe venir fuori un documento interessante, e si potrebbe pensare di mettere il tutto anche in un blog, in un testo scaricabile o qualcosa del genere.
Propongo anche di lasciare questo spazio dedicato unicamente ai racconti di questi "umani eventi", senza commenti o cose simili (o al limiti solo poche parole...). Che ne dite?
Purtroppo ora sono un po' di corsa. Al più presto inserirò alcune cose raccontatemi da mio padre.
Ultima Modifica di astracedi : 10-June-2007 09:57.
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10-June-2007
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Nuovo Utente
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Il padre del mio compagno, che partecipò direttamente alla seconda guerra, raccontava un aneddotto divertente svoltosi in Africa.
Erano un manipolo di soldati affamati, quando a un certo punto qualcuno avvista delle piante di fichi d'india e dà l'annuncio riguardo alla loro commestibilità; tutti si precipitano ,ma ,i meno scaltri, o coloro che per ragioni geografiche neanche dconoscevano la pianta, furono evidentemente troppo avventati, e insieme al cibo si procurarono una grande quantità di minuscole spine sparse per tutto il corpo.......infatti con quell'avidità che può procurare solo la privazione estrema li raccoglievano e se li mettevano dovunque potevano, con l'illusione di procurarsi una riserva di dolce frutta.......
Invece mia madre, ricorda l'occupazione tedesca di Napoli, anche se era solo una bambina. Infatti la agghindavano per benino e la mandavano in giro da soldati e ufficiali con un bel panierino, onde recuperare qualcosina......
Racconta anche che sua madre, dopo la guerra, non fu più in grado di non avere crisi di panico ad ogni fuoco d'artificio sparato.
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12-June-2007
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L'idea è interessante Marco.
Io direi di aprire una sezione ad hoc. Che ne dite?
Ivan
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12-June-2007
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AI Storia Senatus
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Quote:
ivan
L'idea è interessante Marco.
Io direi di aprire una sezione ad hoc. Che ne dite?
Ivan
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Mha, non saprei. Forse non conviene aspettare un po' e vedere come va?
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12-June-2007
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AI Storia Senatus
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Non ho mai conosciuto mio nonno paterno; è morto pochi mesi prima che nascessi.
Era uno dei ragazzi del '99, quelli che nel 1917 vennero mandati in tutta fretta sul fronte del Piave, a tappare la falla di Caporetto. Si guadagnò una medaglia d'argento al valore, comandando, come sottotenente, un plotone di fanteria sul Monte Grappa e poi a Vittorio Veneto.
Reduce, decorato, Cavaliere di Vittorio Veneto, e per di più romagnolo, non è molto strano che aderisse al fascismo della prima ora e partecipasse alla marcia su Roma, giovandosi poi del titolo di "Fiduciario del 28 ottobre".
Trasferitosi ad Ancona, dove era un piccolo gerarchetto, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale viveva facendo l'assicuratore. Nel '39, con l'occupazione dell'Albania, venne richiamato, col grado di capitano, al comando di una compagnia di fanteria, per un periodo di esercitazioni... Ma la guerra era ormai vicina.
Poco dopo loo scoppio delle ostilità il Duce pensò bene di "spezzare le reni alla Grecia" e mio nonno partì con il suo reggimento sul fronte greco-albanese.
Nell'inverno del '41, con il fronte stabilizzato ben dietro il confine albanese, mio nonno fu ferito da un proiettile che gli passò da parte a parte il polso, proiettile sparato da un suo soldato che stava pulendo il fucile.
Non so molto sulle sue vicende belliche vere e proprie di quell'anno di combattimenti prima di essere ferito, solo che venne promosso maggiore, al comando di un battaglione. Quel poco che so viene da mio padre e a lui mio nonno non ha mai raccontato molto. Però mio padre, che nel '41 aveva sette anni, si ricorda che giunto a casa per una breve licenza di convalescenza, disse: "Se incontro Mussolini, gli sparo con la mia stessa pistola d'ordinanza".
Non so cosa avesse visto in Albania (ma sono ben note l'incapacità dei comandi superiori, l'impreparazione generale dell'esercito e del suo equipaggiamento) ma certo gli era bastato a fargli cambiare qualche idea.
Tornò presto sul fronte greco, in tempo per prendere una grave infezione agli occhi non lo rese praticamente cieco e venne congedato nel 1942 (negli anni successivi riuscì a recuperare progressivamente la vista, ma per tutta la vita dovette portare degli occhiali spessissimi).
Scampò quindi alla sorte della prigionia in mano tedesca che toccò ad alcuni suoi commilitoni.
Anche un mio zio, sottufficiale di marina di stanza in Grecia, all'8 settembre '43 venne fatto prigioniero e mandato nei campi di lavoro in Germania, da dove riuscì a fuggire nel '44, viaggiando sempre a piedi e di notte, con solo qualche patata cruda rubata qua e là, riuscendo a tornare in Italia e, via mare, fino ad Ancona.
Qui, per via del porto e del nodo ferroviario, tra il 1943 ed il luglio del '44, vi furono alcuni devastanti bombardamenti (i più pesanti dell'Adriatico, con molte centianaia di vittime) e la città si spopolò di tutti quanti avevano possibilità di andarsene. Anche i miei genitori ed i miei nonni – stanchi delle corse ai rifugi antiaerei e del crischio continuo – andarono sfollati da parenti nelle campagne circostanti; miio nonno paterno, così come quello materno (anch'egli scampato alla guerra e alla prigionia, sul fronte africano), dovettero così fare ogni giorno qualche decina di chilometri a piedi per andare al lavoro e portare qualche soldo.
Nel '44, con l'avvicinarsi del fronte, anche la campagna non era sicurissima, per via dei mitragliamenti e degli spezzonamenti (mia nonna materna fu anche ferita di striscio da una scheggia), ma si aveva di che mangiare, e bene, grazie ai frutti della campagna, tanto che i miei lo ricordano ancora come uno dei periodi più felici della loro infanzia, e si stava comunque più sicuri che in città, almeno finché i combattimenti non si fecero più vicini.
Ai primi di luglio si ebbe una prima battaglia per la presa del porto di Ancona, ma l'avanzata britannica esaurì presto la sua spinta [il settore adriatico era tenuto dalla 2° Corpo d'Armata Polacco, affiancato dagli italiani co-belliggeranti del CIL (Corpo Italiano di LIberazione e dal piccolo contingente di partigiani (inquadrati nell'(a Armata Britannica) della Brigata Maiella, posto lungo gli Appennini]; i polacchi si fermarono alcune decine di chilometri a sud di Ancona, con la conquista della linea di colline che partiva da Osimo verso l'interno e la catena appenninica.
Dopo questo primo tentativo i tedeschi portarono tutte le forze disponibili al fronte, praticamente senza riserve.
La fattoria dove mio padre insieme al resto della famiglia erano sfollati, era posta nella vallata a sud di Ancona, direttamente sulla via di più facile accesso alla città.
Nei suoi dintorni si piazzò una compagnia di fanteria tedesca formata da appena una cinquantina di soldati giovanissimi, quasi dei ragazzi, e comandati da un anziano maresciallo. Mio nonno fece spostare tutta la sua famiglia e quella dei parenti contadini che li ospitavano fuori e dietro la casa, e vissero diversi giorni all'aperto, con l'intera casa colonica a proteggerli da eventuali colpi di artiglieria provenienti dai polacchi. I tedeschi invece, si sparpagliarono per centinaia di metri attorno, chi nei fossi, chi scavando delle buche, piazzando mitragliatrici e panzerfaust; il maresciallo stette invece presso la casa colonica. Mostrava spesso a mio nonno e agli altri le fotografie di sua moglie e dei bambini dicendo, in un italiano stentato: "Ah, gherra brutta, gherra molto brutta". Durante la decina di giorni di convivenza i tedeschi presero qualche pollo o delle uova, ma per il resto si comportarono con cortesia.
Il 17 luglio si scatenò l'inferno. Lo sfondamento principale si ebbe più ad occidente, nella zona di Osimo [con l'intento di circondare Ancona da Ovest e chiudere in trappola la 278 divisione tedesca], ma anche la zona dove era sfollato mio padre venne colpita dall'artiglieria britannica, fortunatamente senza conseguenze.
La mattina successiva i tedeschi presero commiato dai loro ospiti, lasciando tavolette di cioccolato ai bambini e si a sud, verso il fronte distante pochissimi chilometri. Forse avevano avuto l'ordine di fronteggiare i polacchi (che però, all'interno, erano già molto avanzati) o più probabilmente andarono tutti ad arrendersi.
Passarono poi alcune ore di silenzio, finché non si videro una manciata di autoblindo che avanzavano lentissimamente, con grande circospezione. Il vergaro (così veniva chiamato il capo delle famiglie contadine marchigiane), non appena le autoblindo ebbero superato la casa, prese coraggio e si diresse a sud, da dove ci si aspettava il grosso delle truppe in avanzata. Dopo poco lo si vide tornare insieme ad alcuni carri armati e jeep del reparto esplorante inglese a cui appartenevano le autoblindo in avanguardia.
[Per inciso, le fonti storiche, riportano che gli unici reparti inglesi (oltre all'artiglieria) che affiancavano i Polacchi era il reparto esplorante dell'11° Ussari, schierato molto più all'interno, nella zona principale di sfondamento. Il ricordo di mio padre è però molto preciso, in merito: si trattava di inglesi, forse un diverso reparto o una sezione distaccata dello stesso 11° Ussari. Questo dimostra come le fonti orali possano essere ancora utili per la ricostruzione storica di alcuni particolari]
Il vergaro tornò trionfante dai parenti, ostentando una sigaretta "Camel" fumante in bocca; con indice e pollice piegati a cerchio esclamò una parola appena appresa: "Okey!". La guerra guerreggiata era praticamente finita.
Subito dopo il reparto esplorante inglese arrivarono i Polacchi, con tutto il maestoso apparato bellico – che i tedeschi neanche si sognavano – che impressionò molto mio padre, allora decenne: carri armati camion, ruspe, e tavolette di cioccolata elargite in quantità.
Nei giorni seguenti, sembrava passare sulla stessa strada l'intera 8a Armata Britannica, con un dispiego impressionante di mezzi e potenza logistica, e con truppe provenienti da ogni angolo del mondo.
Tornati nella loro casa di Ancona, per la famiglia di mio nonno cominciarono nuovi guai. La sue era una famiglia piccolo borghese, relativamente benestante, e nonostante i rigori del periodo bellico (i bollini del razionamento, il pane duro come pietra, ecc) vivevano in modo relativamente agiato. Mentre il resto della città lentamente andava riprendendosi (ma i danni lasciati dai bombardamenti lasciarono il loro segno per decenni) mio nonno andò incontro ad improvvisa povertà. Nonostante i ripensamenti degli ultimi anni, pagò infatti lo scotto del suo passato di attivista fascista e perse il lavoro e non ebbe modo di trovarne un altro fino al 1946-47.
Ad Ancona non si ebbero linciaggi e comunque mio nonno godeva anche di una certa "protezione" di un alto ufficiale polacco (appartenere alla "casta" degli ufficiali allora aveva ancora un certo peso sociale) ospitato in casa durante l'occupazione militare di Ancona, durata fino al '46; fu proprio grazie all'occupazione militare se riuscirono a tirare avanti con lavoretti vari per i soldati polacchi e britannici (conciatura delle pelli, soprattutto).
Nonostante tutto questo, sarà forse l'effetto nostalgia tipica degli anziani o l'incoscienza dell'infanzia, ma mio padre ricorda gli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra come un periodo difficile – la fame, la paura durante i bombardamenti... – ma in fondo non così tragico come quelli di altri suoi coetanei, anzi, quasi uno dei periodi più intensi, e a tratti eccitante o spensierato, della sua vita...
Ultima Modifica di astracedi : 12-June-2007 10:00.
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12-June-2007
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Riporto quanto mi è stato raccontato dai miei, che essendo morti da molti anni non posso più intervistare:
Io sono nato in un piccolo paese della provincia di Udine, nell'appartamento in un castello affittato dalla mia famiglia, dove mia madre e mia sorella erano sfollate, dato che Trieste era minacciata e poi soggetta ai bombardamenti. In origine avrebbe dovuto esserci insieme una famiglia di amici, che però essendo ebrei dovettero nascondersi e riuscirono fortunatamente a scampare alle deportazioni.
Nel castello si instaurò prima un reparto della Wehrmacht, ed i rapporti della mia famiglia con gli ufficiali tedeschi erano buoni (i miei genitori parlavano entrambi il tedesco correntemente): lo testimonia ancora una foto che ritrae mia madre, fatta da un ufficiale tedesco di professione fotografo, pare un collaboratore dello studio di quel Heinrich Hoffman che, amico e fotografo ufficiale di Hitler gli fece conoscere Eva Braun. Mio padre, forse un po' geloso sosteneva che la bravura del fotografo era stata di aver posto in risalto la sigaretta in mano a mia madre ed il fumo che ne saliva... - La foto la conservo ancora.
Fuggiti o arresisi i tedeschi nel castello prese posto un reparto dell'esercito inglese in cui erano inquadrati volontari stranieri, e uno di essi, un tedesco che aveva lasciato la Germania perché ebreo e che combatteva il nazismo, mi insegnò a camminare! - Anche negli orrori della geurra il mio futuro europeista era segnato! - Si racconta che una volta al di fuori di una farmacia in un paese vicino fu rubata a mio padre, che si trovava lì presso la famiglia in quanto congedato per malattia lavorava alle ferrovie a Udine, due chili di mele appesi in una rete al manubrio, che dovevano servire a me, appena svezzato. Mia sorella "non mi perdona" ancor oggi di aver dovuto sacrificare la sua mamma coniglia con i coniglietti in cambio di un chilo di zucchero per me. (Io ero nato in casa prematuro e sono sopravissuto senza ospedali, incubatrici ecc.)
Ancora un aneddoto su mio padre, ufficiale di complemento a Bologna al servizio di un alto ufficiale appartenente alla famiglia Savoia. Mio padre rimase per sua fortuna sempre in Italia e non dovette mai partecipare ad azioni militari, il che ben si confaceva alla sua indole pacifica. A Bologna, non sul fronte ma in guerra!, non portava nella fondina la pistola di ordinanza, che secondo lui era pesante, inutile e pericolosa, ma prima una torcia elettrica a forma di pistola, e poi, dato che la sua bella torcia gli fu rubata, una sagoma di legno dipinta di nero, con cui io poi da bambino ho molto giocato. Se la cosa forsse divenuta pubblica, un bel processo davanti al tribunale militare, con chissà quali conseguenze, con sarebbe mancato. Ma la comodità per mio padre era più importante, e forse era anche il suo modo di ribellarsi.
Ultima Modifica di dceg : 12-June-2007 15:03.
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12-June-2007
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Io ho la fortuna di aver conosciuto tutti e quattro i nonni, e di averne tre ancora in vita. I nonni paterni hanno passato il periodo bellico in Piemonte, e post-bellico a Torino, quelli materni sono invece di un piccolo paese nell'interno abruzzese. Le esperienze vissute come si può immaginare sono piuttosto differenti, anche se una certa assonanza di memorie tra le nonne esiste. E lascio ad altri eventuali valutazioni sulle differenze di genere. Entrambe infatti tendono a contrapporre l'"ordine" - peraltro apparente - mussoliniano al disordine e alla criminalità attuali. E ciò nonostante nessuna delle due abbia esperienza diretta di tale criminalità attuale, vivendo una in un paesino praticamente a criminalità zero, e l'altra non uscendo di casa da parecchi anni per problemi di salute. Tuttavia mentre la nonna materna non ha sostanzialmente ricordi negativi legati al fascismo, la nonna paterna non ha avuto esattamente esperienze positive con le squadre fasciste e naziste. Con le violenze che vi potete immaginare e che non approfondisco, essendo lei oltretutto incinta di mio padre. E del resto mio nonno era partigiano, insieme a tutti i suoi fratelli.
Lui, al contrario del nonno materno, non amava raccontare di quel periodo. La "guerra civile" l'ha vissuta sulla sua pelle, e nonostante la scelta fatta, nonostante la consapevolezza di esser dalla parte "giusta", uccidere non è cosa facile per nessuno, neanche per difesa o per necessità suppongo. E lo è ancora meno nel caso in cui ci si trovi di fronte a giovani della propria età, magari impauriti e spaventati tanto quanto te, e forse di più, e neanche pienamenti coscienti del "gioco" al quale stavano partecipando, e del perchè. Non credo sia facile raccontare dei sentimenti, delle sensazioni e delle emozioni provate, siano esse negative o positive. E nemmeno delle speranze nutrite, soprattutto se si pensa che si siano realizzate solo parzialmente e in maniera insufficiente, o che magari siano state in parte "tradite" (tali speranze magari non era di fatto possibile realizzarle nemmeno in quel contesto, con quei modi e quei tempi. Tuttavia tali considerazioni richiedono una capacità di rilettura e riconsiderazione critiche della propria storia che non è sempre alla portata di tutti...). Non è facile neanche, suppongo, raccontare dei propri fratelli decimati e/o torturati, o delle torture subite in prima persona. Di suoi aneddoti da raccontare quindi non ne ho, purtroppo. L'unica cosa che posso dire è che, benchè non abbia praticamente mai parlato neanche di questo, la "delusione" che molti partigiani hanno provato alla fine della guerra e dopo la nascita della Repubblica, la provava anche lui e lo si sentiva, gliela si leggeva negli occhi. E con il passare del tempo, tra governi immobili, lotte operaie e sindacali (e vissuto personale. Era operaio alla Fiat, e in età non avanzata gli si sfracellarono sul lavoro entrambe le gambe, costringendolo a tutta una serie di interventi per la "sostituzione" delle ossa, e costringendolo ovviamente all'uso delle stampelle per il resto della vita. E direi che, non essendoci la medicina di adesso e il titanio o qualsiasi altra cosa si usi attualmente, gli è andata anche piuttosto bene) tangenti, mafie e corruzioni, l'idea di aver combattuto per nulla credo si sia fatta solo più forte.
Il problema non è se ne valesse o meno la pena, o se fosse necessario o meno allora. Il problema è che scelte forti come uccidere ed esser disposti a morire, richiedono cambiamenti altrettanto forti affinchè esse possano esser percepite come utili e considerate tali, seppur tragicamente (utili non significa del resto necessariamente e sempre inevitabili o "giuste". Nè significa giustificare qualsiasi scelta e comportamento, nascondere errori, eccessi, malefatte, crimini o simili. Anche se tali comportamenti andrebbero prima di tutto considerati nel loro contesto. I periodi di guerra non possono essere valutati esclusivamente secondo valori e norme comportamentali, morali e legali vigenti in tempo di pace e di relativa libertà. Soprattutto se tali norme, valori, comportamenti, leggi e diritti sono andati affermandosi e diffondendosi successivamente, magari proprio anche grazie, nel bene e nel male, ad un periodo di "turbolenza" precedente. Ciò non significa giustificare tutto, ma cercare di capire. Mi resta difficile giustificare un episodio come quello di Piazzale Loreto, per prenderne uno famoso e discusso. Allo stesso tempo però, pur non considerandoli una giustificazione, comprendo i meccanismi che hanno portato al verificarsi di tale episodio).
Il nonno materno invece raccontava e parlava parecchio, almeno con me (raccontava perchè da quasi 4 anni non può più parlare in seguito ad un ictus). Tanto che, pur vedendolo mediamente una volta all'anno, il rapporto fra di noi col tempo è diventato particolarmente stretto, probabilmente per affinità di vedute e di carattere, almeno in buona parte. Insomma... nelle infinite discussioni che ci impegnavano per giorni eravamo sostanzialmente sulla stessa linea d'onda, giocando ad anticipare l'uno quello che avrebbe detto l'altro, mentre intorno in casa, al bar o in paese non capivano nemmeno bene di cosa stessimo parlando, e faticavano a starci dietro. Per uno che ha poco più della quinta elementare, in intelligenza e acutezza mentale dà molti punti alla maggior parte dei laureati che conosco. Indice che il titolo di studio in sè tutto sommato...
Ad ogni modo mentre il nonno paterno era sulle colline piemontesi, lui era militare spedito in Liguria, tra Ventimiglia e Bordighera, da un certo periodo in poi all'osservatorio. Tutto sommato stava in una posizione "privilegiata", "protetta". La guerra non l'ha vissuta proprio in prima linea, e racconta il periodo praticamente come un gioco. Del resto come ho detto era ed è tutt'altro che stupido. Dall'esercito ha cercato di imparare quel che si poteva. Ha cercato di non lasciarci la pelle in una guerra che non capiva per quale motivo avrebbe dovuto combattere.
Ed ha cercato, durante lo "sbando" della fine della guerra, di tornare a casa al suo paese, alla sua famiglia, alle sue terre. E c'è riuscito. Uno dei racconti è proprio questo, il percorso che l'ha portato dalla Liguria all'Abruzzo, tra chilometri percorsi a piedi e altri in treno (mentre in stazione i nazisti cercavano i militari), tappe in questa o quella casa di contadini, ospitali e generosi. Commilitoni realmente allo sbando, che non avevano neanche la cognizione delle coordinate geografiche per poter tornare a casa. E cercavano quindi di affidarsi e di mettersi al seguito di questo o di quello, o di seguire la corrente, quel che facevano gli altri. Lui no. Punti di riferimento cominciava a capire che non ce n'erano. Nessuno a parte se stesso. Semmai lo è stato, a modo suo, per chi gli ha chiesto di poterlo seguire, vedendo in lui la strada più "sicura" per poter tornare a casa. E la corrente non l'ha mai seguita, neanche allora. E probabilmente gli ha salvato la vita, chissà...
L'episodio più rivelante però, anche dal punto di vista storico e militare (anni fa ci scrissero un articolo sulla Stampa), e che serve a capire quanto i "luoghi comuni" sulla nostra impreparazione militare di allora, non fossero così lontani dalla realtà, è quello accaduto all'"osservatorio". Rilevando "movimento" in mare, e non essendo arrivato alcun "permesso" per esso, fonogramma o simile, una notte si decise di attaccare coi cannoni. Mio nonno lo sconsigliò, perchè secondo lui, che aveva fatto caso ai loro orari da quando era lì, si trattava di semplici barche da pesca. La scelta però fu di sparare. Si trattava allora di fornire le coordinate per il cannone. Mio nonno aveva assistito, seppur in parte e malamente, e pur non essendo il suo compito ma con la curiosità che lo contraddistingue, alle "lezioni" per i "goniometristi". Tuttavia appunto, non era il suo compito, e non toccava a lui fornire le coordinate. Chi era preposto a tale compito però evidentemente non aveva capito un granchè di come dovesse svolgerlo, o fu preso dal panico chissà, ed esitava. Mio nonno, sicuro che si trattasse di barche da pesca, accennò agli altri a mezza voce qualcosa tipo: "100 metri più in là?". Non capirono. Così si mise lui a dare le coordinate. Volutamente sbagliate. Troppo lunghe, o troppo corte. Alla fine si trattava di barche da pesca, e lui evitò che gli sparassero addosso. O meglio... che le colpissero. Non è che si capì molto bene come avevano fatto a mancarle. Lui però lo sapeva. E io con lui...
Ultima Modifica di Karl : 12-June-2007 19:51.
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12-June-2007
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AI Storia Senatus
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Quote:
Karl
Non è che si capì molto bene come avevano fatto a mancarle. Lui però lo sapeva. E io con lui...
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Ci sono eroi senza nome, magari sono i più veri!
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13-July-2007
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L'avvento del Fascimo
Anche io ho un aneddoto da raccontare, non direttamente sulla II Guerra Mondiale, bensì sull'avvento del Fascismo in Italia, spero vada ben lo stesso! 
Il mio bisnonno era professore di liceo classico a Sezze Romano nell'Agro Pontino. In questo paese a parte "nutrire" le giovani menti con il latino e i greco contribuì a formare la coscienza di classe dei contadini, che erano la maggior parte della popolazione di Sezze e che vivevano in condizioni di arretratezza e semi-feudalesimo. In breve tempo i contadini di Sezze si unirono e diventarono il punto di irradiazione del movimento della riscossa contadina nell'Agro Pontino. Nel 1919 il mio bisnonno fu eletto sindaco di Sezze e anche in questo riuscì a migliorare le condizioni di vita del paese e della classe lavoratrice. Nei primi mesi del 1922 anche a Sezze giunsero gli echi del Fascimo, ma nonostante ciò i contadini non si lasciarono abbindolare da quell'ideologia, respingendone anche le violenze. Per questa resistenza fu trovato un solo colpevole, il mio bisnonno, tant'è che contro di lui fu fatta la prima "spedizione punitiva" della Pianura Pontina. Infatti alla fine del 1922 in paese giunse una banda di un centinaio di fascisti, scortata per di più dai carabinieri, che si diresse al municipio dove lui si trovava. Mandarono via gli impiegati e quando furono sicuri di essere soli, salirono dal mio bisnonno. Qui lo minacciarono con una pistola, ordinandogli di andarsene nel giro di poche ore dal paese o avrebbe perso la vita insieme a tutti i suoi familiari! Non potè che accettare e fu costretto a scappare. Non contenti i fascisti andarono a casa sua e lì ditrussero ogni cosa che trovarono, gettando persino i mobili dalla finestra, ma conservando per sè, come ricordo dell'impresa, gli oggetti di un certo valore.
Il mio bisnonno andò prima a Velletri, poi fu "trasferito" a Matera e successivamente a Fabriano e solo dopo altri 10 anni potè tornare a Veletri e riunirsi con la famglia.
Sfortunatamente lui morì nel 1940 e quindi non potè vedere la disfatta del Fascimo, che lui aveva tanto avversato.

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carpe diem... perchè panta rei!
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13-July-2007
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Sarò un po' retrò, demodè, tuttavia... quando sento espressioni tipo "coscienza di classe dei contadini" quasi mi commuovo...  Anche quando penso a certe figure come il bisnonno...
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14-July-2007
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Quote:
Karl
E del resto mio nonno era partigiano, insieme a tutti i suoi fratelli.
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Sai molto spesso con mia sorella, sentendo i racconti dei partigiani, ci interroghiamo su noi stesse chiedendoci se noi avremmo avuto lo stesso coraggio... che ne so di fare la staffetta da una base all'altra o di lasciarci torturare per un idelae così importante... avremmo avuto la forza di sacrificarci fino alla morte!? e la risposta è deludente... ma forse solo perchè a mente fredda e a pancia piena, l'idea di sacrificare tutto non è comprensibile fino in fondo... non saprei!
Quote:
Karl
Il nonno materno (...)
ha cercato, durante lo "sbando" della fine della guerra, di tornare a casa al suo paese, alla sua famiglia, alle sue terre. E c'è riuscito. Uno dei racconti è proprio questo, il percorso che l'ha portato dalla Liguria all'Abruzzo, tra chilometri percorsi a piedi e altri in treno (mentre in stazione i nazisti cercavano i militari)...
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Leggendo questa parte mi viene in mente il mio nonno materno, che stava dall'altra parte della barricata... era tedesco, ma non nazista! Sì un nonno di qua e uno di là! ^_^ Conobbe mia nonna molto prima della guerra e si sposarono nel '41, a guerra iniziata! Comunque sia, l'8 settembre tutti i soldati tedeschi furono richiamati in Germania e lui uscì dal portone di casa con la divisa tedesca ma la cosa assurda è che abitava con mia nonna al Ghetto di Roma e lo attraversò, però nessuno gli fece nulla... erano consapevoli che quello era un tedesco la cui moglie aveva salvato e teneva in casa 9 ebrei!
Oltre tutto lui disse a mia madre di aver visto Hittler da vicino e la cosa che lo colpì furono gli occhi, gli occhi di un pazzo!
Quote:
Karl
Sarò un po' retrò, demodè, tuttavia... quando sento espressioni tipo "coscienza di classe dei contadini" quasi mi commuovo...  Anche quando penso a certe figure come il bisnonno...
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e pensa che per i 20 anni della sua morte, hanno fatto anche una commemorazione pubblica!
poi mi chiedono perchè sono così diciamo di sinistra (esiste ancora??), la sua moglie (la mia bisnonna) è stata mandata in esilio anche lei e poi si è rifatta facendo parte della Costituente e battendosi per la causa femminile, lui era attivista per i diritti dei contadini e dei lavoratori... anche se non li ho mai conosciuti mio padre mi racconta sempre di loro, specialmente di lei, e penso che sarebbero orgogliosi delle loro nipoti!

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14-July-2007
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Quote:
astracedi
Mha, non saprei. Forse non conviene aspettare un po' e vedere come va?
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Se volete storie su Firenze...eccomi! faccio il servizio civile in un centro diurno per anziani e non ho che da chiedere alle ospiti...
E continuo a ricordarmi dei racconti di mia nonna su quanto successe invece a Grosseto, di quando sfollarono sul Monte Amiata...
e da qualche parte posso trovare le foto di mio nonno, poco più che ventenne mandato soldato in Albania ma poi catturato e deportato in Germania...
Datemi tempo per riordinare le idee e qualcosa scriverò ;-)
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