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Vecchio 12-June-2007
astracedi astracedi Non in Linea
AI Storia Senatus
 
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Non ho mai conosciuto mio nonno paterno; è morto pochi mesi prima che nascessi.
Era uno dei ragazzi del '99, quelli che nel 1917 vennero mandati in tutta fretta sul fronte del Piave, a tappare la falla di Caporetto. Si guadagnò una medaglia d'argento al valore, comandando, come sottotenente, un plotone di fanteria sul Monte Grappa e poi a Vittorio Veneto.
Reduce, decorato, Cavaliere di Vittorio Veneto, e per di più romagnolo, non è molto strano che aderisse al fascismo della prima ora e partecipasse alla marcia su Roma, giovandosi poi del titolo di "Fiduciario del 28 ottobre".
Trasferitosi ad Ancona, dove era un piccolo gerarchetto, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale viveva facendo l'assicuratore. Nel '39, con l'occupazione dell'Albania, venne richiamato, col grado di capitano, al comando di una compagnia di fanteria, per un periodo di esercitazioni... Ma la guerra era ormai vicina.
Poco dopo loo scoppio delle ostilità il Duce pensò bene di "spezzare le reni alla Grecia" e mio nonno partì con il suo reggimento sul fronte greco-albanese.
Nell'inverno del '41, con il fronte stabilizzato ben dietro il confine albanese, mio nonno fu ferito da un proiettile che gli passò da parte a parte il polso, proiettile sparato da un suo soldato che stava pulendo il fucile.
Non so molto sulle sue vicende belliche vere e proprie di quell'anno di combattimenti prima di essere ferito, solo che venne promosso maggiore, al comando di un battaglione. Quel poco che so viene da mio padre e a lui mio nonno non ha mai raccontato molto. Però mio padre, che nel '41 aveva sette anni, si ricorda che giunto a casa per una breve licenza di convalescenza, disse: "Se incontro Mussolini, gli sparo con la mia stessa pistola d'ordinanza".
Non so cosa avesse visto in Albania (ma sono ben note l'incapacità dei comandi superiori, l'impreparazione generale dell'esercito e del suo equipaggiamento) ma certo gli era bastato a fargli cambiare qualche idea.
Tornò presto sul fronte greco, in tempo per prendere una grave infezione agli occhi non lo rese praticamente cieco e venne congedato nel 1942 (negli anni successivi riuscì a recuperare progressivamente la vista, ma per tutta la vita dovette portare degli occhiali spessissimi).
Scampò quindi alla sorte della prigionia in mano tedesca che toccò ad alcuni suoi commilitoni.
Anche un mio zio, sottufficiale di marina di stanza in Grecia, all'8 settembre '43 venne fatto prigioniero e mandato nei campi di lavoro in Germania, da dove riuscì a fuggire nel '44, viaggiando sempre a piedi e di notte, con solo qualche patata cruda rubata qua e là, riuscendo a tornare in Italia e, via mare, fino ad Ancona.

Qui, per via del porto e del nodo ferroviario, tra il 1943 ed il luglio del '44, vi furono alcuni devastanti bombardamenti (i più pesanti dell'Adriatico, con molte centianaia di vittime) e la città si spopolò di tutti quanti avevano possibilità di andarsene. Anche i miei genitori ed i miei nonni – stanchi delle corse ai rifugi antiaerei e del crischio continuo – andarono sfollati da parenti nelle campagne circostanti; miio nonno paterno, così come quello materno (anch'egli scampato alla guerra e alla prigionia, sul fronte africano), dovettero così fare ogni giorno qualche decina di chilometri a piedi per andare al lavoro e portare qualche soldo.
Nel '44, con l'avvicinarsi del fronte, anche la campagna non era sicurissima, per via dei mitragliamenti e degli spezzonamenti (mia nonna materna fu anche ferita di striscio da una scheggia), ma si aveva di che mangiare, e bene, grazie ai frutti della campagna, tanto che i miei lo ricordano ancora come uno dei periodi più felici della loro infanzia, e si stava comunque più sicuri che in città, almeno finché i combattimenti non si fecero più vicini.
Ai primi di luglio si ebbe una prima battaglia per la presa del porto di Ancona, ma l'avanzata britannica esaurì presto la sua spinta [il settore adriatico era tenuto dalla 2° Corpo d'Armata Polacco, affiancato dagli italiani co-belliggeranti del CIL (Corpo Italiano di LIberazione e dal piccolo contingente di partigiani (inquadrati nell'(a Armata Britannica) della Brigata Maiella, posto lungo gli Appennini]; i polacchi si fermarono alcune decine di chilometri a sud di Ancona, con la conquista della linea di colline che partiva da Osimo verso l'interno e la catena appenninica.
Dopo questo primo tentativo i tedeschi portarono tutte le forze disponibili al fronte, praticamente senza riserve.
La fattoria dove mio padre insieme al resto della famiglia erano sfollati, era posta nella vallata a sud di Ancona, direttamente sulla via di più facile accesso alla città.
Nei suoi dintorni si piazzò una compagnia di fanteria tedesca formata da appena una cinquantina di soldati giovanissimi, quasi dei ragazzi, e comandati da un anziano maresciallo. Mio nonno fece spostare tutta la sua famiglia e quella dei parenti contadini che li ospitavano fuori e dietro la casa, e vissero diversi giorni all'aperto, con l'intera casa colonica a proteggerli da eventuali colpi di artiglieria provenienti dai polacchi. I tedeschi invece, si sparpagliarono per centinaia di metri attorno, chi nei fossi, chi scavando delle buche, piazzando mitragliatrici e panzerfaust; il maresciallo stette invece presso la casa colonica. Mostrava spesso a mio nonno e agli altri le fotografie di sua moglie e dei bambini dicendo, in un italiano stentato: "Ah, gherra brutta, gherra molto brutta". Durante la decina di giorni di convivenza i tedeschi presero qualche pollo o delle uova, ma per il resto si comportarono con cortesia.
Il 17 luglio si scatenò l'inferno. Lo sfondamento principale si ebbe più ad occidente, nella zona di Osimo [con l'intento di circondare Ancona da Ovest e chiudere in trappola la 278 divisione tedesca], ma anche la zona dove era sfollato mio padre venne colpita dall'artiglieria britannica, fortunatamente senza conseguenze.
La mattina successiva i tedeschi presero commiato dai loro ospiti, lasciando tavolette di cioccolato ai bambini e si a sud, verso il fronte distante pochissimi chilometri. Forse avevano avuto l'ordine di fronteggiare i polacchi (che però, all'interno, erano già molto avanzati) o più probabilmente andarono tutti ad arrendersi.
Passarono poi alcune ore di silenzio, finché non si videro una manciata di autoblindo che avanzavano lentissimamente, con grande circospezione. Il vergaro (così veniva chiamato il capo delle famiglie contadine marchigiane), non appena le autoblindo ebbero superato la casa, prese coraggio e si diresse a sud, da dove ci si aspettava il grosso delle truppe in avanzata. Dopo poco lo si vide tornare insieme ad alcuni carri armati e jeep del reparto esplorante inglese a cui appartenevano le autoblindo in avanguardia.
[Per inciso, le fonti storiche, riportano che gli unici reparti inglesi (oltre all'artiglieria) che affiancavano i Polacchi era il reparto esplorante dell'11° Ussari, schierato molto più all'interno, nella zona principale di sfondamento. Il ricordo di mio padre è però molto preciso, in merito: si trattava di inglesi, forse un diverso reparto o una sezione distaccata dello stesso 11° Ussari. Questo dimostra come le fonti orali possano essere ancora utili per la ricostruzione storica di alcuni particolari]
Il vergaro tornò trionfante dai parenti, ostentando una sigaretta "Camel" fumante in bocca; con indice e pollice piegati a cerchio esclamò una parola appena appresa: "Okey!". La guerra guerreggiata era praticamente finita.

Subito dopo il reparto esplorante inglese arrivarono i Polacchi, con tutto il maestoso apparato bellico – che i tedeschi neanche si sognavano – che impressionò molto mio padre, allora decenne: carri armati camion, ruspe, e tavolette di cioccolata elargite in quantità.
Nei giorni seguenti, sembrava passare sulla stessa strada l'intera 8a Armata Britannica, con un dispiego impressionante di mezzi e potenza logistica, e con truppe provenienti da ogni angolo del mondo.

Tornati nella loro casa di Ancona, per la famiglia di mio nonno cominciarono nuovi guai. La sue era una famiglia piccolo borghese, relativamente benestante, e nonostante i rigori del periodo bellico (i bollini del razionamento, il pane duro come pietra, ecc) vivevano in modo relativamente agiato. Mentre il resto della città lentamente andava riprendendosi (ma i danni lasciati dai bombardamenti lasciarono il loro segno per decenni) mio nonno andò incontro ad improvvisa povertà. Nonostante i ripensamenti degli ultimi anni, pagò infatti lo scotto del suo passato di attivista fascista e perse il lavoro e non ebbe modo di trovarne un altro fino al 1946-47.
Ad Ancona non si ebbero linciaggi e comunque mio nonno godeva anche di una certa "protezione" di un alto ufficiale polacco (appartenere alla "casta" degli ufficiali allora aveva ancora un certo peso sociale) ospitato in casa durante l'occupazione militare di Ancona, durata fino al '46; fu proprio grazie all'occupazione militare se riuscirono a tirare avanti con lavoretti vari per i soldati polacchi e britannici (conciatura delle pelli, soprattutto).


Nonostante tutto questo, sarà forse l'effetto nostalgia tipica degli anziani o l'incoscienza dell'infanzia, ma mio padre ricorda gli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra come un periodo difficile – la fame, la paura durante i bombardamenti... – ma in fondo non così tragico come quelli di altri suoi coetanei, anzi, quasi uno dei periodi più intensi, e a tratti eccitante o spensierato, della sua vita...
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Marco Astracedi
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Ultima Modifica di astracedi : 12-June-2007 11:00.
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