"Revisionismo": un caso di uso massmediatico della storia?
Che cos’è il cosiddetto “revisionismo”? A me pare, e fortunatamente non solo a me, un esempio di “cortocircuito” massmediatico. Qualcosa cioè che, tendenzialmente, nasce in ambito massmediatico e in questo (e di questo) si autoalimenta, cooptando a volte anche storici di professione. Non che non ci siano ricerche storiche alla base, tuttavia… Il lavoro dello storico, di fatto, è quello di “revisionare”, altrimenti che studia a fare? Che scrive a fare? E allora perchè si parla e si scrive spesso di “revisionismo” come qualcosa di così speciale, sensazionale, scandaloso? Intanto perchè fa comodo. Ai media fa comodo. La storia sempre nuova, l’ultima e rivoluzionaria scoperta, la polemica sguaiata, l’intrigo e magari anche il mistero o comunque il nascosto, la lotta dello studioso isolato contro il “silenzio assordante”, l’ortodossia e la vulgata, sono cose che fanno vendere di più e aumentano gli ascolti. Servono ad attirare l’attenzione e a creare un “caso” con argomenti che, altrimenti, risulterebbero come noiosi ai più. Del resto chi se ne frega di documenti d’archivio, epistole o note a piè di pagina? Evocano noia già solo le parole. Che facciano comodo invece alla ricerca storica o anche solo alla divulgazione scientifica, è tutto da vedere…
Intanto andrebbe precisato che, solitamente, quando ci si lamenta del “silenzio assordante” che circonda certi argomenti e certe questioni, ci si riferisce alla ricerca storica ma in realtà si ha in mente, al limite, il dibattito pubblico e/o politico. E anche quando a lamentarsi è qualche storico di professione, non necessariamente questo stato di desolazione nella ricerca storiografica corrisponde alla realtà. Entrano infatti in gioco altri fattori come la necessità di presentare il proprio lavoro come particolarmente orginale e inedito (la qual cosa si può fare anche dichiarando il proprio debito nei confronti di chi ha già trattato tali temi. Se non lo si fa o si è degli sprovveduti e non si conosce la bibliografia di riferimento, oppure si è in malafede), oppure motivazioni politiche ed ideologiche pure e semplici (mai assenti ma pericolose quando prendono il sopravvento sulla bontà della ricerca), solitamente mascherate dietro una pretesa oggettività. A questo proposito lo storico Giorgio Rochat nel 2000 scriveva: <<In realtà lo storico disonesto è quello che si proclama “oggettivo” per stabilire la sua superiorità sui colleghi “politicizzati”, ossia su quelli che hanno posizioni politiche diverse dalle sue, rifiutando l’unico criterio valido di comparazione, la professionalità e il rigore morale del singolo studioso che non teme di dichiarare le sue scelte di campo>> (il corsivo è suo. Da Enzo Collotti, a cura di, Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni, Laterza).
Ma esistono storici che si definiscono revisionisti? In linea di massima no. Solitamente sono giornalisti e pubblicisti che li definiscono tali, spesso anche in modo del tutto disinformato. Talvolta qualche storico non disdegna l’appellattivo (generalmente sono più gli epigoni che non i “maestri” o supposti tali), per rimarcare magari una differenza rispetto ad una presunta ortodossia o vulgata, la propria presunta originalità, il proprio presunto andare contro corrente, il proprio presunto isolamento, la propria appartenenza ad una presunta e vaga corrente storiografica, o il proprio orientamento politico, essendo il “revisionismo” solitamente rivendicato dalla destra (tuttavia il rapporto tra tendenze “revisionistiche”, proposte di revisioni rigorose e posizioni politiche è più complesso. Magari verrà fuori nel prosieguo della discussione).
Neanche Renzo De Felice, lo storico considerato il capostipite della “scuola revisionista” in Italia, in realtà si è mai definito tale. L’etichetta gli è stata affibbiata dai mass-media, dalla destra in cerca di numi tutelari (De Felice da comunista e poi ex comunista scriveva infine sul Giornale di Montanelli. Che possa essere ascritto però a quella parte della destra allora appena post-fascista o addirittura a quella neo-fascista… è tutt’altro discorso), e forse da alcuni suoi epigoni. Come ci ricorda Bongiovanni (Bruno Bongiovanni, <<”Revisionismo”. Storia e antistoria di una parola>>, in Angelo d’Orsi, a cura di, Gli storici si raccontano. Tre generazioni tra revisioni e revisionismi, Manifestolibri 2005), alla fine finì per accettare l’etichetta, probabilmente per stanchezza. La sua produzione storiografica tuttavia, discutibile e discussa, non pare recare tracce di una qualche revisione radicale nella lettura del fascismo. Ne Le interpretazioni del fascismo (Laterza 1969) compaiono scritti di Angelo Tasca, addirittura di Palmiro Togliatti. E inoltre egli stesso precisava, sia qui che altrove, che l’intento non era quello di cercare <<assurdi revisionismi>>. Un altro mito soprattutto massmediatico che circola su di lui, è che sia stato particolarmente isolato e osteggiato, anche dal punto di vista editoriale e non solo accademico. A me, e non solo a me, non pare proprio. Non più di altri comunque, e non più di quel che accade per qualsiasi altra querelle storiografica. Non credo che il dibattito storiografico sulle sue interpretazioni gli sia spiaciuto più di tanto, è fisiologico oltre che salutare. La cattedra non mi pare che gli sia stata tolta o sia stata soppressa (come invece è successo non molto tempo fa all’Università di Lecce per la cattedra di storia del movimento operaio di Antonio Moscato). In quanto all’isolamento editoriale… Ha pubblicato con tutti gli editori più prestigiosi, e spesso accusati di diffondere l’inesistente “egemonia marxista”, da Laterza a Einaudi a Il Mulino.
Il “caso” allora quando è nato? Negli anni ’90, ed è principalmente un caso massmediatico, nato in seguito al libro-intervista (non un lavoro storiografico quindi) Il rosso e il nero, del 1995, in cui De Felice, scomparso di lì a poco, si lasciò andare a risposte piuttosto incaute e infelici. I media tanto quanto la politica ci si fiondarono. Fra questi quanti avessero davvero letto le opere di De Felice è facile immaginarselo. E del resto accade sempre così. Tutti conoscono il caso perchè creato o sfruttato dai media, ma ben pochi conoscono la sostanza e ciò che vi sta dietro (e se in effetti dietro vi sia qualcosa di sostanzioso o meno). E anche tra quelli che effettivamente hanno letto l’opera, ben pochi hanno gli strumenti necessari per una lettura critica. In tutto ciò il rigore e la bontà o meno della ricerca scientifica e storica passano ovviamente in secondissimo piano. Diventa una chiacchiera, una polemica, dove tutto viene ridotto ad opinioni contrapposte e basta. Quasi tutti conoscono (mi è personalmente capitato di discuterne anche in un bar di un piccolissimo paesino abruzzese qualche anno fa, scatenando quasi una rissa, per cui…) l’oramai “famigerato” Libro nero del comunismo edito non a caso da Mondadori. Lì il “caso” parte prima ancora che il libro entri nel circuito massmediatico-giornalistico, già bastava quello massmediatico-pubblicitario. Ad ogni modo tutti lo conoscono ma quanti lo hanno letto, anche tra quelli che lo hanno commentato? (In quel bar nessuno. Eppure giocavano tutti a fare i dotti, lì pronti a sparare cifre di decine se non centinaia di milioni di morti. Eppure non sapevano chi fosse Werth, che ha scritto il capitolo più sostanzioso del libro!) Ben pochi, e per loro stessa ammissione. E tra chi lo ha fatto quanti hanno gli strumenti per poterlo valutare criticamente? E quanti conoscono, per contro, il ben più equilibrato ed anche innovativo Il secolo dei comunismi edito da Marco Tropea? Nessuno?
Ma mi accorgo che mi sono già dilungato troppo. Eppure ancora molto ci sarebbe da dire sull’origine dell’uso recente del termine “revisionismo” (chè la storia del termine è molto più lunga. Si veda Bongiovanni, op. cit.). Si tratta infatti esso stesso di un caso di uso massmediatico della storia, tanto che Bongiovanni la definisce la fase della <<leggenda mediatica>> (l’opera alla base è la lettura della Rivoluzione francese fornita nel 1978 dallo storico francese Furet - anch’esso ex-comunista virato verso lidi più “moderati” come De Felice. Da qui forse nasce, o si diffonde, l’abitudine di individuare presunte “vulgate” storiografiche contro le quali scagliarsi). E ancora ci sarebbe il caso di Nolte in Germania. Tutti storici che, come nota ancora una volta Bongiovanni, più che altro hanno “revisionato” loro stessi e le loro opere precedenti (e personalmente mi chiedo anche quanto, in questi casi, abbia giocato la componente squisitamente biografico-psicologica). E ancora i “casi” del Risorgimento e della Resistenza in Italia, e via discorrendo. Una cosa però devo precisarla per forza. Di fatto non esiste una scuola storiografica “revisionistica”. Neanche Furet si è mai definito “revisionista”. Gli unici che si autodefiniscono tali sono i “negazionisti” - chi nega la Shoah.
Concludo con una citazione, che credo possa servire per riassumere e fare il punto: <<[…] il binomio storia-politica, che è sempre esistito, è diventato un trinomio. I media si sono aggiunti alla storia e alla politica […] e assai spesso da “mezzi” si sono trasformati in “fini”. Hanno surriscaldato artificialmente il rapporto fecondamente e consapevolmente conflittuale tra storia e politica. Hanno ipnotizzato, e sedotto, la storiografia disposta a trasformarsi in esibizionistica levatrice di scoop. Hanno trasformato i documenti in stupefacenti atomi decontestualizzati. Hanno inventato poi una scuola a priori “revisionistica”.
Intendiamoci. Ritoccare continuamente a posteriori le cose, se emergono documenti nuovi, o letture nuove di documenti noti, o sulla base di fondati ragionamenti e della storiografia esistente, o anche tenendo conto delle sollecitazioni del presente che ogni generazione attraversa e vive, fa certo parte del nostro mestiere di storico. E’ cosa tanto ovvia che ci si vergogna a ricordarla. Ma una corrente a priori, ed esibizionisticamente , “revisionistica”, quasi fosse una filosofia della storia, o una scuola, o una procedura scientifica, non ha nulla, proprio nulla, a che fare con la storiografia. E’ un’altra cosa. Quanto alla storia, essa è sempre stata un campo di battaglia su cui si sono affrontate le diverse scuole e le diverse generazioni. Ora, in non pochi casi, essa è anche spettacolo. Non si deve, e non si può, tuttavia, sciorinando un’aristocratica e rancorosa Kulturkritik, cedere alla tentazione di volgere le spalle ai media. Ci mancherebbe! Sarebbe, oltre tutto, un’impresa vana e anche un po’ oscurantistica. E’ opportuno però sapere che i media, proprio come la storia e la politica, da una parte, certo, informano (e comunicano), ma, dall’altra, servono la propria autonoma causa.
[Gli storici] attirati a loro volta dalla forza di gravità del gran circo mediatico, hanno commesso in alcune circostanze, e scrivendo essi stessi sui giornali, un grossolano e imperdonabile errore. Hanno infatti contrattaccato accusando chi la pensa diversamente di essere “revisionista”. E hanno così contribuito a tenere in vita un termine, che […] è ormai inutile, ed anzi decisamente fuorviante, in ambito storiografico. Un termine che oggi, pur usato talora con un che di goliardico e talora con indifferenza, pare non solo in grave stato confusionale, ma praticamente moribondo per iperconsumo, logorio e overdose>>. (Da Bongiovanni, op. cit.).
Ci tengo a precisare infine che il mio vuole essere semplicemente uno spunto all'interno di un ambito di discussione molto più vasto come l'(ab)uso massmediatico, pubblico, e politico della storia. In alcun modo deve essere percepita come una traccia "costrittiva" da coloro i quali volessero contribuire ad imbastire una discussione, che devono invece sentirsi liberi di spaziare, entro l'ambito di cui sopra ovviamente, dove più gli pare e come meglio credono. Aprendo anche altre discussioni se è il caso.
Ultima Modifica di Karl : 28-May-2007 14:16.
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