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Vecchio 22-October-2007
astracedi astracedi Non in Linea
AI Storia Senatus
 
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In questi giorni di assenza forzata mi sono perso diverse discussioni assai interessanti, e questa non fa certo eccezione.

Mi ritrovo abbastanza d'accordo – pur non essendo certo un esperto di culture orientali – su quanto finora detto sulle differenze (o similitudini) sugli aspetti generali delle due "culture", anche se bisogna comunque tener conto che quando si parla Oriente si tratta di un mosaico culturale vastissimo e assai sfaccettato. Cina e Giappone sono culturalmente più diversi tra loro di quanto può sembrare a prima vista, figuriamoci l'India, la Persia o la Malesia. E questo vale anche per la "spiritualità" nei suoi diversi aspetti.

Quanto riguarda al rapporto tra guerrieri e spiritualità, farei alcune considerazioni.
In primo luogo credo sia opportuno distinguere – pur nell'impossibilità di delimitare precisi confini – tra etica, religiosità e spiritualità tout-court.

Tutti i combattenti seguono, o dovrebbero seguire, particolari regole etiche; e questo è tanto più vero quando si tratta di caste come i samurai, i sikh, i cavalieri medievali europei, o gli ufficiali di professione delle guerre europee del '7-800.
Ecco quindi che la Convenzione di Ginevra stabilisce precise regole per il trattamento dei prigionieri o il divieto dell'uso di certe armi; oppure posso ricordare come durante il medioevo (ma usi simili vigevano tra greci e romani), sia in Europa che nell'Islam o in Giappone, le città venivano risparmiate dal saccheggio se si arrendevano prima che fosse posto l'assedio, prima che fosse dato il primo colpo d'ariete o delle altre macchine, o prima di entrare dalla breccia (con condizioni man mano meno vantaggiose per gli assediati). Ricordo ancora la quasi universale norma di risparmiare donne e bambini. Si possono enumerare centinaia di altre norme "etiche", palesi o taciute, che i combattenti di tutte le epoche e regioni hanno spesso (ma non sempre) seguito.
Però etica non è spiritualità e l'origine delle diverse norme non sempre ha a che fare con la spiritualità o la religione, ma più spesso si tratta di consuetudini derivate, in modo pragmatico, dalla pratica quotidiana e dal principio logico: "io non faccio a te quello che non vorrei tu facessi a me". Ecco, ad esempio, che l'uso dei gas tossici, almeno in linea teorica, sarebbe bandito dagli eserciti moderni che hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra.

Discorso un po' diverso è quando tiriamo in ballo quella particolare forma di spiritualità che è la religione, ed i conseguenti precetti etici. Infatti, molte delle norme etiche sopra elencate o elencabili, sono diretta conseguenza della religiosità che spesso accomuna combattenti e civili.
In linea di massima, i combattenti mussulmani sono liberi, anzi in alcuni casi invitati, di massacrare gli "infedeli" maschi. La legge coranica vieta però espressamente che venga fatto del male a donne e bambini, ed in effetti sembra che durante i secoli l'espansione iniziale dell'Islam, questa norma sia stata fedelmente seguita. Un altro precetto islamico prevede che non si possa combattere tra mussulmani. Naturalmente ciò non ha impedito che si combattessero guerre intestine all'Islam, ed il precetto è stato aggirato (oltre che nei casi di "eresia") facendo combattere al proprio posto truppe non islamiche. I Mammelucchi ed i Giannizzeri altri non erano se non schiavi infedeli cresciuti e istruiti al solo scopo di combattere; questo portò nel corso dei secoli alla formazioni di una casta politicamente potente.
La stessa norma di non uccidere donne e bambini non cristiani era in genere seguita anche dai crociati cristiani (anche se non legati così strettamente dallo stesso precetto religioso) ed il saccheggio di Gerusalemme subito dopo la sua conquista, e soprattutto il massacro indiscriminato anche di donne e bambini da parte di Riccardo cuor di Leone successivo alla conquista di Acri, furono considerati episodi riprovevoli dall'intera cristianità.
L'accenno ai crociati mi porta ad un altro aspetto della religiosità: tutti i combattenti che seguono una certa fede ne seguono anche i precetti, sia in tempo di pace che in guerra. Ed ecco quindi che un mussulmano, a meno di non essere in battaglia, farà le sue cinque preghiere al giorno, mentre i combattenti medievali europei si comunicavano prima della battaglia ed i contrapposti eserciti celebravano la messa, invocando la protezione divina.
Nel caso del medioevo europeo la religiosità si manifesta con particolare evidenza nel caso degli ordini monastici guerrieri (Templari, Ospitalieri, Teutonici, e svariati altri minori); in questo caso si tratta di un sincretismo tra religiosità monastica e cavalleria, che riflette, estremizzandole, due delle principali caratteristiche sociali del medioevo europeo.
L'Europa non è comunque un'eccezione, considerando, ad esempio i monaci-guerrieri della tradizione Zen giapponese, che a sua volta deriva da quella buddista, testimoniata dai monaci guerrieri tibetani, che fino all'invasione cinese rappresentavano il nucleo principale dell'esercito tibetano. E il discorso, con sfumature via via diverse si può estendere a varie altre realtà, come i Sikh, o da un punto di vista ancora più distante, ai protestanti militanti del XVI sec. o i dervishi del Mahdi.
La religiosità però, ricordo, è solo un particolare aspetto della spiritualità, e mi sembra (a parte il caso estremo dei "preti" combattenti) una caratteristica di un'intera popolazione e non di una sua parte ristretta.

Il precedente accenno ai mammelucchi mi fa toccare un altro punto, già accennato nei precedenti post: la ritualizzazione delle tecniche di combattimento.
I mammelucchi, al pari di tutti i combattenti "professionisti" svilupparono tutta una serie di tecniche di combattimento specialistiche, per le quali l'addestramento necessitava di costante applicazione giornaliera, fino a farlo diventare non solo un'abitudine quotidiana ma anche una caratteristica del proprio modo di vita. E questo vale anche per i cavalieri medievali, i legionari romani, gli spartani, i samurai, i sikh, ecc.
La continua ripetizione degli esercizi, a lungo andare, comporta anche una loro ritualizzazione, nella quale, oltre allo scopo pratico si aggiungono, stratificandosi, altri "valori" come quello meramente estetico, o il raggiungimento di valori etici o morali attraverso la sopportazione della sofferenza o la ricerca della perfezione tecnica. Nei moderni eserciti occidentali, ad esempio, l'addestramento dovrebbe portare a formare un "buon soldato" ovvero un individuo dotato, oltre che di certe perizie tecniche, anche di particolari doti morali come il coraggio, il gusto per l'ordine e la pulizia personale, ubbidienza ed il rispetto della gerarchia e, di conseguenza, dell'ordine sociale.
Non dimentichiamoci che tutto ciò non sono altro che conseguenze secondarie di pratiche che hanno, almeno originariamente, uno scopo pratico. L'addestramento formale (marciare inquadrati ed al passo, attenti, riposo, presentat-arm, ecc.), ad esempio, altro non è che il retaggio di pratiche che avevano precisi utilizzi tattici fino alla metà del XIX sec., mentre oggi rivestono un solo valore estetico, in parte a sua volta finalizzato alla formazione del "buon soldato".
Questo discorso ci porta inevitabilmente ad esaminare il caso dei Samurai, spesso citati nei post.

Per prima cosa mi sento di dire che quello dei samurai rappresenta una eccezione, o almeno una particolarità. Il samurai nasce infatti dal connubio di due elementi caratteristici della civiltà giapponese: da una parte il feudalesimo (e relativo frazionamento politico) con la conseguente militarizzazione delle classi dominanti, dall'altra la filosofia zen, con il suo particolare senso estetico ed il porre l'accento nella ricerca della perfezione, senza dimenticare il particolare sincretismo religioso giapponese (es. coesistenza di taoismo e buddismo zen) che si manifesta con il culto degli antenati ed altre manifestazioni che esaltano il senso della tradizione e dell'onore. Il samurai è quindi frutto di una particolare, e difficilmente ripetibile, situazione culturale, esattamente come i cavalieri medievali europei, in particolar modo quelli appartenenti agli ordini monastici militari, erano frutto del sincretismo tra feudalesimo e religione cattolica.
Al pari dei cavalieri occidentali avevano un codice "cavalleresco" (tra loro non molto dissimili), con una spiccata ricerca della valentia tecnica e nel senso dell'onore, a cui si aggiunge quel particolare gusto estetico che però non era prerogativa dei samurai ma di tutta la classe colta giapponese.
Però starei attento a confondere queste caratteristiche con la spiritualità e questo perché la realtà del samurai feudale era probabilmente diversa da quella propagandata nei secoli successivi alla fine del periodo feudale.
Alla fine del XVI secolo, infatti, il Giappone venne unificato sotto lo shogunato dei Tokugawa, che governarono il paese, ora finalmente pacificato, per per oltre due secoli. Con la fine delle discordie feudali, e con l'assenza di immediate minacce esterne, i samurai divennero progressivamente dei burocrati portatori di spade. Molti formalismi, nacquero in questo periodo: ad esempio il preciso modo di estrarre la spada per mostrarne la fattura, o come, nella dimora altrui, depositare il proprio wakizashi (la spada più piccola, il katana non poteva mai essere portato al'interno di un'altra abitazione) alla propria sinistra, su un apposito sostegno e mai alla destra, per far intendere che non si vuole usare l'arma, e decine e decine di altre norme comportamentali dal valore soprattutto estetico. Insomma, una degenerazione verso il mero formalismo, operato da ex-guerrieri ormai disoccupati dal compito per cui erano nati, di azioni che, precedentemente avevano uno scopo pragmatico; esattamente come il presentat-arm o il marciare inquadrati e al passo negli eserciti contemporanei.
Anche la codificazione della "via del guerriero" – il Bushido – avviene solo in questo periodo, e cosippure è nel XVIII sec. che viene scritto il forse più noto e mitizzato trattato sul bushido, l'Hagakure, nel quale trovano per la prima volta alcuni aspetti della "filosofia di vita" samurai, come l'esaltazione della morte.
Questo processo di "mitizzazione" del passato feudale giapponese è poi proseguito per tutta l'epoca Tokugawa per avere una nuova e pericolosa rinascita prima della seconda guerra mondiale, mentre alcuni scritti ed attività di Yukio Mishima sono l'ultimo anelito di esaltazione dello "spirito" samurai.

Claudio ha già ricordato come le guerre feudali fossero combattute da un più vasto numero di combattenti non professionisti, contadini coscritti chiamati ashugaru, che ben difficilmente seguivano i precetti morali od "estetici" del samurai. Credo inoltre che gli stessi samurai dell'epoca feudale fossero abbastanza distanti dall'ideale mitizzato dell'epoca Tokugawa, e che in guerra come nella vita fossero assai meno attenti all'aspetto spirituale di quanto il mito voglia farci credere. Immagino che, all'atto pratico, si sbudellasero ferocemente senza tanti riguardi all'estetica e allo spirito, e che il loro allenamento fosse destinato a scopi meramente pratici: la ricerca del "gesto perfetto" con cui si estraeva la spada o si lanciava una freccia era importante perché permetteva di salvarsi la vita (a scapito di quella dell'avversario, ovvio); il lato estetico e "spirituale" della cosa era una conseguenza, credo, di secondaria importanza, sopravvalutato soprattutto a posteriori.

Tutto questo non per voler annullare del tutto l'importanza della spiritualità nella vita e nella pratica dei combattenti di tutte le epoche. Vorrei però ricordare come il mestiere delle armi sia fondamentalmente un'attività brutale, nel quale il pragmatismo riveste un ruolo cruciale.

Probabilmente la spiritualità aveva maggiore importanza agli albori dell'attività guerresca. Sarebbe forse più interessante poter indagare la relazione tra guerra e spiritualità tra le popolazioni "primitive" o fare ipotesi sull'attività bellica in età preistorica e protostorica.
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Marco Astracedi
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