Ad esclusione dell’attentato contro Hitler del 20 luglio 1944, e dei tentativi precedenti ad opera degli stessi congiurati, si può dire che la resistenza in Germania ebbe quasi esclusivamente un carattere non violento.
Isolate azioni di propaganda politica ed intellettuale antinazista si ebbero negli anni precedenti il conflitto, già a partire dai primi anni del regime ed in particolare dal 1938, con l’evidenziarsi della politica pericolosamente aggressiva di Hitler e dell’antisemitismo sempre più violentemente attivo.
Alle parole di sapore antinazista, la cui diffusione andò incontro a difficoltà crescenti, durante gli anni di guerra, soprattutto dal 1942-43, quando la guerra aveva ormai preso un corso assai negativo per la Germania, l’opposizione al regime si manifestò anche con la resistenza passiva, ad esempio lavorando seguendo ritmi estremamente lenti o con piccolissimi sabotaggi simulati da incidenti o cose simili. Fu coinvolta una percentuale relativamente bassa della popolazione attiva, ma si tratta comunque di svariate decine di migliaia (ma si tratta di un numero difficilmente stimabile) le persone che si opposero al regime nazista in questo modo – creando sì qualche fastidio o ritardo nella produzione, ma assolutamente insignificante se confrontato con i problemi causati al Reich dai bombardamenti alleati.
Questo tipo di resistenza “non-violenta” (sia che si parli di sola propaganda che delle più attive, ma numericamente limitate, azioni di sabotaggio) risultò, però, sostanzialmente inefficace, essenzialmente per due motivi. In primo luogo, l’opera repressiva da parte della Gestapo nei confronti dei potenziali oppositori, già a partire dal 1933-34, fu molto più feroce ed efficace che in altri paesi con dittature fasciste (Italia, Ungheria, Portogallo, ecc.). Basti ricordare che i primissimi campi di concentramento erano stati aperti nel 1933, addirittura prima che il nazismo diventasse una dittatura, durante il breve periodo di “governo nazionale” di cui il NSDAP (Partito Nazional-Socialita dei Lavoratori Tedeschi, questa la dizione completa del partito Nazista) faceva parte insieme ad altri partiti della destra più legalitaria. Le carceri ed i nuovi campi di concentramento voluti dall’allora Ministro della Giustizia Hermann Goering, iniziarono ad “ospitare” migliaia oppositori e potenziali tali: comunisti, anarchici, attivisti cattolici e libertari in genere (gli ebrei, zingari, omosessuali, ecc.. per quanto subito soggetti a sopprusi, malvessazioni e limitazioni giuridiche, cominciarono ad essere sistematicamente raccolti nei läger solo più tardi).
In questo modo alcune migliaia di potenziali oppositori attivi non ebbero mai modo neanche di cominciare una qualsiasi attività contro il regime, e di questi molti che non erano morti negli anni tra il 1933 ed il ‘39, durante gli anni della guerra finirono praticamente tutti con l’essere giustiziati o col perire di stenti e lavoro coatto.
Al momento dello scoppio della guerra si trovano in carcere o nei campi di concentramento circa 30.000 tedeschi, mentre nei sei anni trascorsi dalla presa del potere dei nazisti, un totale di circa un milione di persone vi era transitato: E durante gli anni di guerra le maglie si infittirono, tanto che nei soli mesi di gennaio e febbraio del 1941 vennero internati oltre 11.000 “oppositori di sinistra”, mentre nell’aprile-giugno del 1944 vennero arrestati per motivi politici 177.000 persone, di cui 21.000 tedeschi. Alla fine della guerra, si era avuto un totale di 7.820.000 internati (di cui 6.000.000 erano ebrei) dei quali sopravvissero solo 700.000 persone.