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Archivio di August 2007

Si aprirà il prossimo 27 settembre 2007 e fino al 6 gennaio 2008, presso il Museo Correr a Venezia, la mostra dal titolo: “Le sfere della terra e del cielo. I globi attraverso quattro secoli di storia (XVI/XIX secolo)“. Si tratterà della prima mostra dedicata in Italia esclusivamente a questo tema, affascinante sia dal punto di vista storico-artistico, sia da quello dell’evoluzione scientifica.

Curata da Marica Milanesi e Rudolf Schmidt, presenta centoquarantadue opere, provenienti dal Museo Correr, dalla Biblioteca Nazionale Marciana e da collezioni private importanti, tra cui quella – notevolissima - dello stesso Schmidt, membro della Internationale Coronelli - Gesellschaft fuer Globen- und Instrumentenkunde (Società Internazionale Coronelli per lo studio dei Globi).

Tra i punti di forza della mostra è l’eccezionale scoperta di Marica Milanesi nella collezione Correr dell’unico esemplare montato esistente al mondo di un prezioso e rarissimo globo cinquecentesco del cartografo Livio Sanudo (1520-1576) che si credeva perduto, ma il principale protagonista è il frate veneziano Vincenzo Coronelli (1650/1718), geografo, cartografo, inventore, editore e uno dei più famosi costruttori di globi del XVII secolo. Strumenti scientifici e macchine favolose, i suoi globi, generalmente in coppia (celeste e terrestre), ornavano le biblioteche di monasteri, di studiosi, di principi e sovrani.
Il percorso espositivo presenta inoltre altri straordinari esemplari, opere a stampa e congegni diversi.

La mostra si realizza in concomitanza con l’XI simposio della Internationale Coronelli - Gesellschaft fuer Globen- und Instrumentenkunde (Venezia, Ateneo Veneto, 29/30 settembre 2007).
Catalogo Electa a cura di Marica Milanesi e Rudolf Schmidt, con testi di Giandomenico Romanelli, Marica Milanesi, Rudolf Schmidt e Camillo Tonini.

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Una ricerca internazionale, alla quale ha partecipato l’Università La Sapienza di Roma, pubblicata sulla rivista statunitense “Proceedings of the National Academy of Sciences” (Pnas), sembra confermare l’ipotesi asiatica della colonizzazione europea dell’Homo sapiens, a discapito di quella africana.

Lo studio ha preso in esame una vasta campionatura di denti (3000) appartenuti ad ominidi delle specie Austrolopithecus (afarensis e africanus) e Homo (habilis, erectus , antecessor, neanderthalensis, sapiens), ed i risultati delle analisi sembrano confermare il ruolo cruciale dell’Eurasia nella colonizzazione del continente europeo, emergerebbe infatti, che a colonizzare l’Europa durante il Pleistocene, quindi nel periodo compreso tra 1,8 milioni e 11000 anni fa, sarebbero state in prevalenza ondate di popolazioni asiatiche e non africane, come pensato finora.

L’ipotesi era già emersa in seguito al rinvenimento a Ceprano, nel Lazio, di un cranio di 800 mila anni fa. Dal punto di vista morfologico il reperto, il più antico mai trovato in Italia, rappresenta l’anello di congiunzione tra le forme del periodo di origine del genere Homo (due milioni e mezzo di anni fa) e quelle della comparsa della nostra specie (200 mila anni fa circa).

La nuova ricerca apre nuovi scenari su ciò che avvenne nelle fasi intermedie: la colonizzazione dell’Europa sarebbe stato il frutto non di progressive ondate africane ma di un complicato mix di immigrazioni ed emigrazioni dall’Africa, dall’Asia e dall’Europa. Lo studio proverebbe inoltre che la speciazione nell’ambito del genere Homo si sarebbe manifestata anche in Asia e non solo in Africa. Ciò potrebbe voler dire che la nascita dell’Homo sapiens potrebbe essere il frutto di questo mix, con ominidi che dall’Asia o dall’Europa sarebbero ritornati in Africa dove avrebbero raggiunto il culmine del processo evolutivo dando vita alla specie umana.

Fonte:
Out of Eurasia. Nuovi scenari sull’origine dell’uomo

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Dopo il grande successo della mostra “Gli Ori degli Akan”, prosegue l’attenzione del Castello D’Albertis Museo delle culture del mondo per il mondo africano con la mostra “L’anima delle piccole cose: arte del quotidiano in Costa d’Avorio”, che per tutto il periodo estivo, fino al 23 settembre, permetterà al pubblico di ammirare circa 200 oggetti di uso comune, divisi in nove sezioni.

Si tratta di pettini e fionde come sculture, grandi cucchiai con le gambe, bobine per telai dal seno conico, piccole maschere da usare come passaporto, martelli musicali dal corpo umano, insomma un mondo fantastico abitato da abbracci e occhi socchiusi, acconciature esuberanti e becchi aguzzi, corpi di antenati e di esseri scolpiti magistralmente nel legno scuro della terra africana.

Negli oggetti di uso quotidiano, per quanto piccoli e comuni, l’artista trasmette la forza della sua cultura, i rituali ed i miti che animano la vita sociale e spirituale della sua comunità.

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Fossili di homo erectus e homo habilis recentemente scoperti in Kenia, non lontano dal lago Turkana, rimettono in discussione alcune delle convinzioni in merito alla linea evolutiva della specie homo. Questo è quanto risulta da uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature, conseguenza del ritrovamento di un cranio completo di homo erectus, databile a 1.55 milioni di anni fa e di una parte di mascella superiore, con sei denti ben conservati, risalente, secondo lo studio, a 1.44 milioni di anni fa ed appartenuta ad un esemplare di homo habilis.

L’importante scoperta dimostra la coesistenza delle due specie per un periodo non inferiore a 500000 anni, e rimette in discussione l’ipotesi secondo la quale la specie erectus rappresenterebbe una diretta evoluzione dell’homo habilis.

Il fossile dell’homo erectus scoperto, appartenente ad un ominide femmina ci rivela inoltre un’inusuale bassa statura, e quindi un dimorfismo sessuale mai prima riscontrato in questa specie, molto più affine alla specie Australopithecus e ai moderni gorilla, che non a quella umana.

Fred Spoor, professore di biologia evolutiva all’University College di Londra e coautore dell’articolo, secondo quanto dichiarato alla BBC, ci indica due possibili interpretazioni: quella più “semplice”, considerati i dati e le analisi dei ritrovamenti in Kenya, ci indicherebbe un’origine delle due specie da un’antenato comune, avvenuta tra 2 e 3 milioni di anni fa.
Rimarrebbe aperta l’ipotesi evolutiva nel caso in cui si ipotizzasse invece una linea di discendenza dell’homo erectus da una popolazione di homo habilis isolata, stanziata in un’altra regione dell’Africa, intorno a 2,5 milioni di anni fa, e permettendo la coesistenza delle due specie per almeno 500 mila anni: è lo stesso Spoor, a ritenere questa ipotesi molto più complessa (”much more complex proposition”) della precedente.

La cosa certa è che oggi si allarga forse la distanza tra l’homo erectus e l’homo sapiens, ed emergono con molta più evidenza i caratteri di diversità tra le due specie. Gli autori dello studio escludono con sicurezza che il cranio possa essere appartenuto ad un esemplare molto giovane, la struttura ossea sembra infatti indicare l’appartenenza ad un esemplare adulto formato.

La datazione dei reperti è stata ottenuta grazie ad un calcolo indiretto partendo dalle informazioni relative ai minerali e alle ceneri vulcaniche presenti negli strati di terra dove è stata effettuata la scoperta.

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In genere i campi dove si svolsero antiche battaglie lasciano poche tracce dei drammatici eventi chi vi si svolsero, tanto che assai spesso è difficile stabilire con precisione dove si svolsero gli avvenimenti bellici di secoli fa.

Il fatto è ben comprensibile, considerando che molti terreni sono del tutto inadatti alla conservazione dei resti organici e spesso anche di quelli inorganici come il ferro. Gli eventuali resti si trovano poi concentrati soprattutto nelle fosse comuni, che sono individuabili quasi solo fortuitamente, e che era pratica comune spogliare completamente i cadaveri ivi sepolti, così come prelevare dal campo tutto ciò che avesse valore (armi, armature) o che potesse essere riutilizzato (ad esempio fondendo armi spezzate).
In fondo, va poi ricordato che quello dei campi di battaglia è un terreno su cui raramente si cimentano.

Esistono però alcune eccezioni. Ricordiamo le recenti scoperte relative alla battaglia di Teutoburgo, oppure gli scavi di Numanzia o a Masada, tanto per rimanere in tema romano, oppure i numerosi rinvenimenti sul campo di Waterloo o gli studi multidisciplinari svolti su alcuni campi della guerra di Secessione americana.

Per quanto riguarda il basso medioevo i casi più noti e studiati sono quello della battaglia di Towton (Guerra delle Due Rose) e quello di Wisby, di cui dirò alcune cose qui di seguito.

La battaglia di Wisby si svolse il 27 luglio 1361, sotto le mura dell’omonima città commerciale, posta nell’isola di Gotland, nel Mar Baltico, popolata anche da tedeschi della Lega Anseatica.
Nel Baltico si intrecciavano allora gli interessi di tre potenze. La Lega anseatica, la Hansa, che riuniva Amburgo, Lubecca e altre città baltiche e del nord della Germania: la stessa Wisby era una città anseatica, con i mercanti tedeschi insediativisi già nel XII sec. Vi era poi il potente Ordine dei Cavalieri Teutonici che occupavano, in continua espansione soprattutto verso Este, la Curlandia, la Prussia, l’Estonia. Si aggiungeva infine il regno di Danimarca – che allora comprendeva la parte meridionale della Svezia – che con il re Waldemar IV aveva superato le feroci lotte interne.

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E’ stata prorogata fino al 3 settembre 2007, a Montelupo Fiorentino, la mostra dal titolo “La Maiolica di Doccia. 1740-1780″, un’occasione per ammirare esemplari di grande fascino e rilevanza per la storia della produzione ceramica italiana.

La Maiolica di Doccia 1740-1780. La produzione della maiolica affiancò - fin dalla fondazione della Manifattura - quella più preziosa e ricercata della porcellana. Come è noto nel 1737 il Marchese Ginori diede vita alla Manifattura delle Maioliche e Porcellane di Doccia (in Europa la quarta in ordine di tempo dopo Meissen, Du Paquier a Vienna e Vezzi a Venezia): una scelta rischiosa in quanto si trovava senza una corte che potesse commissionare e sostenere la produzione, come avveniva nelle altre manifatture europee.
Nello stesso anno moriva infatti Giangastone Medici e con lui finiva la dinastia che per più di 250 anni aveva governato la Toscana: il nuovo Granduca Francesco Stefano di Lorena, impegnato nella guerra dei sette anni, non risedette mai a Firenze e governò attraverso il Reggente Principe di Craon. Perciò il marchese Carlo Ginori decise di affiancare alla produzione della porcellana, un bene prezioso ed ambito ma difficile da produrre, quella della maiolica.
Di tale produzione, che all’epoca doveva essere consistente, ben poco è rimasto oggi e rari sono gli oggetti di grandi dimensioni e di bella fattura.
L’esposizione odierna è riuscita a rintracciare e mettere insieme 60 esemplari prodotti tra il 1740 e il 1780, che illustrano magistralmente quale dovesse essere la produzione di maiolica docciana di quel periodo.

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